“Dì all’uomo bianco che non gli faremo alcun male.
Digli che torni a casa sua e ci lasci soli”
(Il crollo Chinua Achebe).
“Gli uomini di questo universo non vivevano un’età dell’oro
… essi vivevano l’età del pane. Erano cioè consumatori
di beni estremamente necessari. Ed era, questo, forse, che
rendeva estremamente necessaria la loro povera e precaria vita.
Mentre è chiaro che i beni superflui rendono superflua la vita.”
(P. P. Pasolini).
Mai come in questi ultimi anni è stata così diffusa nel nostro paese la volontà di “animare”. Qualsiasi attività di promozione culturale, qualsiasi iniziativa politico-culturale vengono quasi sempre presentate come attività di animazione. Le innumerevoli esperienze di animazione costituiscono un coro unanime che si rivolge alla cultura folklorica o cultura locale. A livello di dichiarazione tutti dicono di voler far conoscere, diffondere, potenziare, recuperare la cultura delle classi subalterne. In nome del folklore si consumano azioni a volte corrette, molto più spesso aberranti e tese a una strumentalizzazione, per il raggiungimento di un profitto attuatesi su piani diversi: da quello più strettamente economico (vedi sovvenzioni, rapporti con enti locali, e così via) a quello, non meno concreto, del potere e prestigio. Tranne qualche rara eccezione, tali esperienze si pongono, nel migliore dei casi, sul piano della carità culturale; nel peggiore, sul piano della rapina e dell’etnocidio, più o meno mascherato. Il folklore è il paravento per operazioni sostanzialmente commerciali. In questo articolo voglio porre una domanda: esiste una chiara consapevolezza di cosa sia il folklore? Ed a quale folklore, poi, ci si riferisce? A quello propinato, con gusto peraltro assai discutibile, dai vari enti provinciali per il turismo o aziende autonome, che caricano di pittoresco delle tradizioni popolari locali per attirare i turisti? O a quello che viene presentato come esotico, inserendolo così nel mondo borghese come valvole di sfogo per la routine di tutti i giorni? O viene sollecitato quel atteggiamento tipico dell’intellettuale borghese (individuato da Gramsci) che si volge al popolo, chinandosi verso di esso, ad ascoltarne, divertito ed indulgente, le voci più suggestive? A mio avviso la definizione più corretta è stata data dall’antropologo Luigi M. Lombardi Satriani: “il folklore si presenta come una subcultura prodotta dalle classi subalterne delle società divise in classi”. In senso generale il folklore è la testimonianza di un rifiuto culturale, di una risposta negativa, della resistenza delle classi subalterne al processo di acculturazione tentato nei loro confronti dalle classi dominanti, che questo, poi, avvenga ugualmente non rientra nel potere delle classi subalterne. Nella prospettiva di un dibattito di idee all’interno di questo blog, trovo interessante la proposta di Satriani nel dividere il folklore in diversi livelli contestativi.
1. Contestazione immediata con ribellione allo status quo. In molti canti popolari l’invito emergente è quello della ribellione nei confronti delle ingiustizie. Tale elemento di contrapposizione si ritrova in altri documenti, soprattutto nei proverbi. Da un lato vi sono i ricchi, a loro tutto è lecito col denaro e col potere, dall’altro lato sono i poveri: a loro ogni cosa va male, sono sempre loro a fare le spese di qualsiasi mutamento, sono vittime predestinate.
2. Contestazione immediata con accettazione dello status quo. In molti documenti la responsabilità della divisione in ricchi ed in poveri è fatta risalire a Dio, con la inevitabile conseguenza di far considerare ineliminabile tale divisione.
3. Contestazione implicita (o per posizione). Il terzo livello comprende quei documenti che di contrappongono soltanto con la loro presenza a quella della cultura egemone. Nella diversità stessa dei fatti è presente una forza di irriducibile contestazione. Alcuni riti magici oppure il lamento funebre nell’area del mediterraneo sono solo alcuni esempi.
4. Accettazione della cultura egemone. Un esempio è dato da oggetti e da mode che per un breve periodo di tempo riguardavano solo le classi dominanti e solo in seguito, per tempi molto più lunghi, la cultura del profitto propone/impone tali modelli alle classi subalterne: abiti, beatnik, prodotti tecnologici, giocattoli, feticci, ecc. Un altro tema, ancora, è quello del destino, per cui l’esistenza di ogni uomo si svolge secondo quanto stabilito dal destino.
A questo punto mi pongo una serie di quesiti. In un’epoca di omologazione e di appiattimento dei modelli culturali, ha senso occuparsi della cultura folklorica? I materiali folklorici non sono forse degli inutili relitti archeologici di un’umanità che culturalmente era altra e diversa da quella attuale? O, forse, tale ricerca determina inconsciamente “la messa in discussione del sistema nel quale si è nati e cresciuti, ed è simbolo di espiazione e riscatto?”. (E. De Martino La terra del rimorso –C. Lévi Strass Tristi tropici).
Kurtz
