-"Il cielo è bianco oggi"
-"Sì, ma le nuvole sono nere"
Se esistono dei luoghi preferiti dell'amore, Parigi li batte tutti. Succede così anche nel piccolo gioiello di Carax, in cui la città della Senna è perversamente livida, nerastra e violenta, illuminata nelle sue assenze solo da una bidimensionalità ed un bagliore disperanti. E' stupefacente come un regista possa, concentrando tutto il suo mondo emotivo, liberarsi del combustibile della bellezza e sublimare una storia intera in un luogo minuscolo, quasi una nuova membrana della città, come una malformazione dell'epidermide, dotata però di una sua vita, di un cuore nuovo, tachicardico e violento, di un sangue cattivo, condensato, che per questo ancora più furiosamente scorre. Qui il Pont Neuf è tutta Parigi. Una malformazione vera della città, che solo dei disperati potrebbero abitare. E' un gelido letto, anche d'estate, ma c'è la Senna lì vicino per ripulirsi il seno, i due naufraghi hanno calde coperte e sulla loro testa, invece di un moderno lampadario, è appeso un cielo stellato che piove nell' acqua, come i fuochi artificiali, in un mondo in cui conta ubriacarsi, gridare feroci come due vecchi orsi, animali decrepiti e orribili nell'aspetto, che danno fastidio ai nostri occhi per tutto il film. Se c'è una cosa che devo ammettere è che la bruttezza, quando è credibile, è davvero micidiale. Alex, il clochard sputafuoco, è un uomo tozzo, che cammina male, si esprime con strani rantoli, ha un viso rozzo, da minorato, sempre rovinato da qualche brutta smorfia. Non è certo un eco del giovane Werther; ricorda, piuttosto, Quasimodo o Gwynplane, con la sola differenza che la bruttezza dei "mostri" è incredibile, quindi meno pericolosa per il nostro stomaco. A me non è piaciuto tantissimo, nemmeno nelle intenzioni, ma sono certa che Carax ne sarà rimasto abbagliato. E' così che deve essere: è un uomo solo, insonne, perduto, ma non ancora impotente. In lui sta una delle più riuscite contrapposizioni del film, quella tra acqua e fuoco: tradizionale eco sesso/castità, nel più pulito sintagma del linguaggio biblico. Esistono il delitto e il castigo: perché l'amore di Alex per Michéle è pieno di possesso, come tutte le forze che si fondano su una solitudine; è un amore anch'esso sporco e, forse per questo, più batterico, violento, annodato nel luogo più oscuro delle viscere. Immaginate cos'è un rubino puro per un debitore? Una carogna per un verme? Un rifugio per l'animale in fuga dal predatore?
Non dico che sia un amore insincero, ma infettato, questo sì. Lei è bella. Nonostante l'occhio malato e i buchi della povertà. Non è sola. Aveva una casa, qualche amicizia, un amore perduto, fatto fuori con un buco di pistola. Ha talento, erotismo, abbandono, potrebbe essere un'eroina di Merimèe. In lei si consuma un movimento diverso, quello visivo, che per un'artista è tutto. Ma è stupefacente quello che riesce a vedere nel suo universo privo di prospettive, quando corre nuda con Alex e non prova disagio per quel corpo goffo, eccitato in modo brutale, primitivo, violentissimo, ancora soltanto...brutto.
Ci sono deformità che sono dei capolavori, e questo vero. Deforme è la gelosia di Alex, che cerca di nascondere a Michèle la speranza di riacquistare la vista. Tentativo inutile, che gli costerà il carcere, in una sequenza davvero disturbante, che non è quel tipo di estetica che io preferisco, ma che ha una sua propria forza. Insomma, questo film, è più che un racconto romantico, una storia consumata sulle radici dell'esistenza, un'incontro di sue solitudini così uniche da diventare rosse, furiose, ma eteree. Malgrado la difficoltà che si prova di fronte a un cinema così d'autore (forse Carax esagera), c'è una scena che dovrebbe entrare nel cuore di tutti, è un notturno che si svolge nel Louvre: Michèle, guidata da un vecchio clochard, guarda alla luce della candela l'autoritratto di Rembrandt, un quadro che alla luce del giorno non riusciva più a vedere. L'esitazione della sua mano sulle linee del dipinto, la tenerezza del vecchio che la tiene sulla schiena, una scena di un candore inesprimibile, di una purezza senza precedenti, subito mescolata ad un'altra che turba lo stomaco. L'anziano clochard si gira di spalle, noi non vediamo più i suoi occhi, la bellezza pittorica delle sue rughe. Preme le mani sulle sue spalle, la spoglia, lei respira e lascia fare. Poi l'abbraccia. Al mattino il vecchio cade (o si getta?) nella Senna. Alex e Michéle non diranno una parola.
Il finale è di quelli così francesi che ti ci affezioni per forza. Il tuffo nelle acque invernali del fiume, l'inutilità del respirare, il possessivo soffocamento di Alex. Poi la superficie acquatica, di nuovo l'aria, elemento primitivo del cuore, e infine due anziani su una chiatta. Partire, correre con loro, muoversi lontani da Parigi, insieme. Come due polene cavalcano nei loro sorrisi eccessivi le onde incerte della Senna. Qui capisci quando è grande Jean Vigo. Quelle immagini sono tutte rubate all'Atalante, il film che è di una tenerezza, di una preziosità, che nessuno, nemmeno il talento visivo di Carax riesce ad obliare.
Il film è stato un grande insuccesso. Questo vuol dire che non è stato capito.
Mi piacerebbe poter dire che allora è un genio.




