mercoledì 30 settembre 2009

Il pennello formidabile di Van Gogh. Il suo Infinito. (Monologo di Michela)

 "Un giorno  la pittura di Van Gogh armata di febbre e di buona salute, ritornerà per scagliare in aria la polvere di un mondo in gabbia che il suo cuore non aveva potuto sopportare." Stamattina ho acquistato un piccolo volume di Van Gogh, di cui sono molto felice, non è migliore nè peggiore di altri, ma è stampato su una bella carta ruvida, che non riflette la luce, una soluzione che gli conferisce una bella potenza,  una forza immediata, che viene -mi pare- dalla scelta significativa del colore, un tono plebeo, come quello della sua sedia, ma così giusto da sembrarmi strabiliante: il violetto più insospettabile  nidifica nelle fenditure degli alberi bruni, il giallo oro  più incredibile ci viene addosso per sussurrare che intorno c'è solo odor di paglia e fieno raccolto, qualche contadino ora riposa nelle pianure arroventate e calcinate sotto un cielo quasi sempre estivo. Si ripetono la  malva, il verde veronese e  quel suo blu profondissimo, che sa  di cielo e di pittura, per ripiombare nel viola, nel verde smeraldo, nel blu cobalto mescolato là in basso al bianco rotto di certe nuvole gonfie, come atomi  triturati e poi rimescolati dal pennello del pittore: sempre la stessa variazione cromatica che ricorre, nel ventre di una tela che sa ovunque di genio, anche quando è impossibile da capire. Chi è innamorato della pittura lineare avrà sempre qualche problema con Van Gogh, che non disegnava forme e linee, ma elementi della natura  in preda a continui urti oculari: imprimeva, cioè, una specie di "movimento rotatorio" alle cose, una raffigurazione attorcigliata, carica  d'atmosfera e di nervi, che mi sembra meravigliosa da percepire. Siamo in un sistema cerebrale fatto di febbre, di accelerazioni pittoriche, di un pennello duro da decifrare,  perchè sembra che i suoi alberi abbiano qualche fronda in cielo e le radici all'inferno, più ti sembrano alti, più ti accorgi che la pennellata è minuscola, è appena una virgola ; qualcuno ha scritto a questo proposito una frase che trovo illuminante: "Van Gogh dipinge corto, ma l'effetto è lungo". Senza inoltrarmi troppo negli aspetti emotivi della sua scelta amorosa o, piuttosto, di quella postura animosa da evangelista che decise di assumere ad un certo punto della sua vita, bisognerà riconoscere che c'è qualcosa nell'atteggiamento cerebrale di questo genio che ha sempre mandato chiunque in crisi. Era un pazzo, Van Gogh?
C'è un sacco di gente che si chiede quali altri capolavori conterebbe oggi la storia dell'arte se il pittore dei Girasoli non fosse morto a trentasette anni; io non sono un'esperta di pittura, ma mi piace pensare che Van Gogh smise di dipingere esattamente come Rimbaud, a un certo punto, smise di scrivere poesie. Mi piace pensare che, fosse morto a ottant'anni, il suo ultimo quadro sarebbe stato quello dei Corvi. Si dice che questo operaio dei pennelli, a furia di cercare l'infinito, abbia finito per soffocarne, ma queste son parole per gente con la tuba. Quello che vediamo noi oggi è qualcosa di profondamente e intimamente condivisibile: "Lo senti quel battito d'ali?". Proviamoci. Il cielo è basso, bassissimo, non c'è tempo stavolta per imprimere all'aria quella rotazione febbrile, sovraccarica, ma così piena di acqua, di sale, e di fiati. Nel giallo denso e frettoloso del fieno "sciaborda qualcosa che sa di vinaccia, di saliva che risale alla bocca", simile a onde sporche e infettate di carminio. Esattamente al centro del quadro, una linea di corvi nerissimi si scatena su questa terra strabiliante e su questo cielo tumefatto, in un giorno che sa ancoradi notte.  E' un nero ricco, lucente, escremetizio. Un nero che sa di materia triste, vibrante, pericolosa, che nel dolore ha trovato un battito nobile. Sembrano enormi quelle ali di corvo; sono lì, riccamente dipinte sulla tela, per dirci che stanno per sconvolgere una vita. L'elemento primitivo, tellurico dell'esistenza, ha sempre abitato la vita e la pittura di Van Gogh, come le scarpe rozze di alcuni suoi quadri o quella sua vita adorabilmente contadina: la sedia di legno povero, come  la sua natura mai abbellita, eppure più ardente, più convulsa e più bella di qualsiasi  altro en plein eir. Sarà anche vero che nessuno trattava l'acqua come Monet, che non possiamo guardare una ballerina senza pensare a Degas, sarà vero pure che il nero piatto rimanda  a Manet, ma Van Gogh, nelle sue tele di modeste dimensioni, attraverso il suo polso formidabile, ha trovato qualcosa di più intimo e di più grandioso, il suo Infinito.
"L'uomo ha due tensioni, una verso il cielo e l'altra verso Satana". In mezzo stanno i corvi: tra le nuvole pesanti, come fatte di flutti, e le strade enigmatiche, schiumanti di oro e di vino, che vanno a morire  là in basso, nel cielo otturato di una tempesta appena bloccata.
I capelli rossi, lo sguardo nitido, gli occhi senza ciglia, come rasate, la mano cotta, l'orecchio restituito e la tavolozza di colori: "Che la vita diventi bella come un quadro di Van Gogh"!
Michela

giovedì 17 settembre 2009

L'ARCO - Kim Ki Duk- 2005. (Impressioni di Simona)

Svegliarsi ogni mattina dondolati dal mare, galleggiare leggeri, con il suono delle onde che si infrangono sul legno, alzare lo sguardo e perderlo nell’infinità dell’oceano, non incontrare ostacoli nella sua traiettoria, solo mare blu che in un punto lontano si confonde e si perde nel cielo. Non ci sono rumori mondani, non ci sono tetti di cemento che si innalzano come montagne verso il cielo, né rumori di claxon inferociti. Silenzio, mare blu, inconsistenza dell’acqua, nessuna traccia di terra ferma sotto i piedi! Nel turbine di emozioni che, ancora una volta, KKd mi regala questa è solo la più recente, per tutto il resto del film ho sognato. Girare una pellicola in 17 giorni, girarla solo in mezzo al mare, riempirla di colori caldi, sfumature, sentimenti , emozioni. Una barca: sulla poppa tante poltrone colorate per chi è di passaggio che riflettono la luce del sole. Il proprietario: un uomo dai lineamenti marcati, dalla pelle crespa, ruvida, scalfita dal vento gelido di mare e bruciata dal sole, gli occhi chiari, lo sguardo duro. Un corpo rude, le mani grosse, spalle larghe che sormontano un cuore solitario, ma grande. Quest’uomo dalla storia sconosciuta, del quale ignoriamo totalmente il timbro di voce, mai una parola, mai una smorfia, una risata.Le labbra sempre serrate allemozione . Traspare solo un sentimento di attesa. -KKd fa un analisi introspettiva attraverso la telecamera, traduce in scena ciò che processa. La parola per lui non è uno strumento con il quale comunicare ciò che vede, sono gli occhi che filtrano. Il suono occupa una dimensione diversa, è altro rispetto alla scena. Non la processa, non la condanna, non la giudica, non la giustizia, non conosco che rapporto ha con essa, che ne pensa, semplicemente non la usa! Le sue immagini esprimono perfettamente ciò che è nel suo intento, i significati arrivano nitidi e dritti al bersaglio-. Esprimere un’attesa senza parole, solo con un pastello e un calendario! I lineamenti sgraziati di un uomo solo, pervaso dalla smania che il tempo passi velocemente, fino ad un giorno con tanti asterischi rossi. La sua si tinge di attenzioni, di compere, di preparativi. Mille volte nella sua mente ha immaginato quel momento, mille volte lo ha sognato, ogni tramonto è un giorno in meno da cancellare, come se la sua vita avesse motivo di esistere solo nella realizzazione di questa attesa, lunga tutta una vita. Aspetta che la bambina che ha trovato, chissà dove, chissà come, chissà quando e ha portato sulla sua barca compia 17 anni. A 17 anni potrà sposarla! Il prima, il dopo, perfino il momento sembra non esistere per l’uomo, lui aspetta, non parla.
Eccola qua la figura femminile più bella che ho mai visto, compare vestita di semplice con colori caldi, mai aggressivi. Si sveglia ricoperta di premura di quest’uomo che la ama, ignorandone la natura. Sorride, gioca, di notte gli tiene la mano, lui la lava, la veste, la guarda, la segue. Così tante albe e tanti tramonti. Passano dei pescatori che affittano la barca per poter fare una buona pesca. Ecco ancora una volta gli esterni, i visitatori della scena hanno abiti diversi, parlano tra di loro, interrompono il silenzio. Appartengono alla scena con i loro pregiudizi, con i loro arredamenti da vita mondana, con la corruzione del loro mondo. La bimba è bella, bellissima, fresca, pura. Ridono della sua storia lontano dal mondo, dalla vita, ignara di quella che è la vita oltre la barca. La trovano ingenua, semplice, attraente, facile. Eppure non è possibile sfiorarla , chi osa viene bloccato da una freccia, sempre precisa nella sua traiettoria. L’uomo ha un arco lo usa anche per leggere il futuro. A volte i passanti gli chiedono di leggerlo. Si apre una delle scene più belle: su di un lato la barca ha dei disegni di figure religiose, dallo stesso sporge un’altalena dove la bimba si dondola con dei nastri colorati ai polsi. Dondola sul mare blu, spinta dal vento, baciata dal sole in bilico tra il profondo mare e l’altissimo cielo, due azzurri incerti. Ignora il mondo, spensierata sorride. Con il suo arco l’uomo lancia le frecce mentre la bimba con il suo corpo in movimento delinea un arco tra il cielo e il mare interrotti dai suoi colori. Così legge la storia di vite mondane, di tradimenti e temporanee gioie materiali. I giorni passano, dal calendario mancano ancora pochi mesi poi finalmente cesserà l’attesa di tanti anni. L’uomo è sereno, ogni mattino si dirige in città fa compere per il grande giorno. Al ritorno la bimba cullata dal mare lo aspetta. Ama quest’uomo, ma è un amore diverso da quello che nasce quando incontra un giovane pescatore. La sua pelle è pulita, è morbida, è fresca, profumata. Il viso è pulito è diverso dagli altri visitatori. Un giovane uomo, una giovane donna che si comunicano le loro attenzioni, le premure, il desiderio di aversi più di tutte la gioia degli incontri sporadici. Lei lo aspetta, non attende più l’uomo barbuto sulla poppa ma il giovane della città del mondo. Si insinua un nuovo sentimento la paura del vecchio di perdere il suo amore di tutta una vita, l’ira, la rabbia. Impazzisce, lancia frecce, in un attimo cancella settimane e mesi dal calendario. La bambina scopre l’amore e riconosce nel vecchio un amore diverso da quello di un padre: scopre il desiderio di possederla! Si ribella! Il tempo non scorre più sereno per l’uomo, diventa un peso, un ostacolo, un nemico. Da troppo tempo aspetta e in troppo poco tempo la fanciulla lo respinge. Non gli tiene più la mano di notte, ma pensa ad intrufolarsi tra le coperte del giovane per stargli vicino un attimo prima dell’alba.
Tutto ciò poteva accadere: perdere la persona che si ama è un rischio da mettere sempre in conto anche se chi amiamo sembra “appartenerci" totalmente. Accade al vecchio anche se questo è il suo unico grande amore, anche se lo ha privato di tutto e tutti per farsi amare, anche se gli ha donato tutto ciò che aveva e tutto di sè. Ciò che accade dopo è meraviglioso. Svela l’universo di una fanciulla che l’amore trasforma in donna. La lotta tra i sentimenti di gratitudine, affetto, in qualche modo amore per il vecchio e l’amore esplosivo per il giovane, la scoperta del mondo e forse anche del suo vero padre. Tra la voglia di andare e la sofferenza di lasciare quell’uomo solo.
Eppure non si agita la sua dolce natura non si scompone, di fronte ad una scelta la fa con il candore delle sue vesti.
Anche l’uomo fa la sua.
L’amore rende liberi!
Simona

giovedì 10 settembre 2009

LA SAMARITANA - Kim Ki Duk - 2004. (Suggestioni di Michela)

I lavori di Kim ki Duk possiedono una qualità notevole: non si può fare a meno di guardarli. Nessuno è figlio o padre dell'altro: sono slanci sterili, gratuiti, quindi completamente puri. Egli non partorisce, ma crea; è per questo che ogni film ci appare carico di una vibrazione così pesante, così urgente, così urtante. Quello che amiamo in un' opera non lo vedremo mai due volte; certo troveremo sempre lo splendore guasto dei suoi cieli acquatici, quel suo continuo insinuarsi in un popolo muto per violentarlo dall' interno, quelle orientali luminose e in eterno pericolo, coi visi piatti come monete d'argento, che hanno negli occhi qualcosa di indefinito, un'espressione generica, ma come carica di fluidi elettrici. Sono tutte lì, vicine e lontane, come se uno specchio geloso fosse incapace di replicarne esattamente i contorni.
"Visumatra-Samaria-Sonata": sono i tre quadri in cui è diviso questo film difficile, duro, abitato da un' irrimediabile freddezza e da una inevitabile silenziosità dell'evento. Seul lascia appena intravedere qualche brandello di bellezza, nel generale appiattimento della sua morfologia, è come se il regista avesse operato una specie di rivoluzione spaziale: l'assenza geografica di un centro, la carenza di uno sfondo amabile su cui far agire le sue figure. Visumatra è il nome che vuol darsi una ragazzina che decide di prostituirsi; ci racconta che si chiamava così una donna, un'abile amante, che dopo essersi spogliata convertiva i suoi clienti al buddhismo. E' poco più che una bimba, ma ci guarda con abbandono, ha i capelli corti e domabili, una frangia, un bel paio d'occhi, le labbra dure, coraggiose e un sorriso aperto, cordiale, che diresti pieno di fiducia. L'altra, che nel secondo quadro diventerà Samaria, ha il viso cupo, l'occhio meno bello, il mento duro, il naso difettoso, la bocca insipida e -nella gola- una gelosia d'amore, un'espressione di vergogna che l'accompagna per tutta la prima sezione. E' così che il tradizionale lavaggio del corpo diventa piacevole riposo per la prima, abluzione catartica per la seconda: Samaria nel bagno di vapore strofina con una esibita violenza la pelle bianca, lattiginosa dell'amica prostituta, le spiace che "una cosa tanto bella" sia toccata da qualche uomo orribile, una specie di incrocio tra padre e pederasta. C' è una gelosia che è d'amore qui, bisogna dirlo, sempre al confine col respiro saffico, che una volta -in un'unica, prevedibile sequenza- si realizza in un bacio asciutto, prolungato, senza fiati.
Il bianco è ancora il colore dominante. Bianco è l'abito senza sudario di Samaria, questo colore che così bene esprime la frigidezza, l'infecondità, l'assenza di mucose erotiche, la lontananza irrimediabile che separa la violenza dalla concessione. Vuole essere un' altra, come una specie di divinità policefala, in cui una bocca lavi le colpe dell'altra, un corpo diverso operi un'azione di restituzione per conto dell'altro. C'è un nuovo ritorno nei letti marci, privi di coraggio dei clienti sciatti, una nuova, diversa scena sotto le coperte, piedi che si inseguono, amplessi consumati rapidamente nella mente dello spettatore, senza neanche la finzione di un godimento. E siamo sicuri che nulla fuoriesca dalla freddezza impeccabile della nostra samaritana. In questa ripetizione un po' macabra e ordinaria c'è tuttavia una differenza notevole: Samaria, che nella Bibbia dà da bere agli assetati, "accoglie" gli uomini gratuitamente, anzi Restituisce loro le monete. Poco sappiamo del suo universo emotivo: vive sola con il padre, che è molto dolce, la scuola non le interessa, ha una casa insignificante, ma ordinata, pochi amici, molti clienti. Si direbbe che tutte le sue vibrazioni appartengano a Visumatra. E' difficile entrare in sintonia con le ambizioni di un autore così dotato, occorrerà rassegnarci all'idea che un solo movimento filmico non gli basti, prepararci a una nuova vertigine nel racconto: il padre scopre tutto, e non si comporta come farebbe un padre. Non sgrida sua figlia, ma la pedina, minaccia e rovina i suoi amanti, li uccide, è patologicamente alla ricerca di un' espressione nevrotica che ne celi la verità: è geloso, è tormentato come il più sensuale degli innamorati! Quegli uomini che si portano a letto la figlia hanno più o meno la sua età, un aspetto non dissimile, come lui provano vergogna (almeno alcuni), come lui hanno una figlia. Ha bisogno di uccidere, di diventare assassino, di esercitare una violenza sanguigna (come uno stupro?) sugli esseri infelici che hanno approfittato della sua bambina (donna?). Non sarebbe da trascurare il fatto che quest'uomo bello, di una tristezza indicibile, è un poliziotto, potrebbe applicare la sua vendetta in tutt'altro modo, ma non gli basta, vuole il loro sangue, il loro dolore, la loro testa, e -in un modo o nell'altro- le loro donne.
Sonata: quadro terzo, fuga da Seul, ritorno ai ricordi, rovinosa tensione sulla tomba materna. Nella campagna in cui riposano è ancora tempo di acqua, quel minerale liquido e trasparente che ci ha attraversato l'anima in così tante pellicole di Ki Duk.
L'acqua delle lacrime, che è salata come quella del mare, che irrita il viso e fa male come un' ustione, rende rosso persino lo sguardo, come se il sangue affiorasse sempre nei luoghi della passione, del godimento più sfrenato, e della vergogna, anche. Il padre, col viso d' un poeta, la tenerezza di un maestro, la guarda piangere attraverso i vetri di una finestra indiscreta. Mattino: un sogno in blu, la paura di un omicidio "purificatore", poi il risveglio. C'è una spiaggia di sassi bianchi, piuttosto grandi. L'uomo è al telefono, ha chiamato i suoi colleghi. Chissà come, ha dipinto di giallo delle pietre giganti, ne ha fatto un percorso, l'ultima linea per guidare sua figlia nel ritmo feroce della vita. Lei sbanda, frena, si ferma. Degli uomini senza voce si allontanano col padre.
Finisce così, sul cammino di una strada terrea e affogata di fango, col cielo stinto di qualche livido autunnale, tra la possibilità del fare e la difficoltà del riuscire.
Un racconto di una bellezza davvero oscura, multiforme, a cui non sono capace di rendere giustizia, ma dotato di un suo proprio cerebro, di una carne esposta, attraversata da belle vene, da vibrazioni pericolose, che son davvero dei fluidi elettrici.
Ora mi accorgo che anche nel racconto questo regista che amo moltissimo ha operato meravigliosamente quella strana rivoluzione spaziale: l'assenza del centro, che così non può più rivendicare la sua funzione simbolica.
C'è silenzio. Piove. Il cielo, qualche volta, è di un bianco intenso, enigmatico.
Il cielo violento, il cielo pesante, il cielo acquatico di Kim ki Duk.
Michela

mercoledì 9 settembre 2009

Primavera, Estate, Autunno, Inverno e ancora Primavera - Kim Ki duk - 2003. (Soliloquio di Simona)


Se partissimo da un luogo non saprei mai definirlo geograficamente, perché non c' è nessun elemento che ci permette di inquadrarlo: è chiaro che non è questo un punto fondamentale! L'importante è quello che c'è nel luogo: una fitta natura, una casa che galleggia sull'acqua, una barca, delle porte senza pareti, un maestro, un bambino che cresce. In questo scenario si snodano le sequenze come uno scorrere fisiologico. L'equilibrio che esiste tra gli avvenimenti naturali e gli avvenimenti umani, tra le stagioni della natura e le stagioni dell'uomo è il fulcro. Così sembra tutto semplice se non fosse che l'unicità della pellicola è data da una fitta rete di simbolismi, di gesti, di movimenti che riguardano una cultura orientale a me totalmente sconosciuta. Non ho ancora decifrato se il fascino maggiore è scoprire gli aspetti della cultura asiatica messi in luce attraverso gli occhi del regista o, la capacità geniale dello stesso di metterli in scena in modo così audace. Il silenzio è l'elemento attraverso il quale gli attori comunicano e non può essere diversamente se si considera che ogni fotogramma ha una bellezza assoluta in sé, nella sua inquadratura, nei suoi colori, nelle sue sfumature, nel movimento nel contenuto. Gli unici a sentire il bisogno di parlare sono dei poliziotti mondani che entrano nello scenario silenzioso e sono chiaramente fuoriluogo, un elemento disturbatore, di rottura. I loro abiti, il suono della voce, i loro movimenti interrompono il silenzio, l'equilibrio catartico della scena. Ho provato disagio per loro, quasi pena per la loro condizione. L'uomo oggi ha copletamente dimenticato di vivere in equilibrio con i cicli della natura. Viviamo nel cemento, nei rumori, ignorando totalmente da dove veniamo e solo in un luogo immaginario, fuori da tutto, ormai è possibile ricreare questo equilibrio.
E allora si aprano le porte sulla scena:

- Primavera-
E' la stagione dell'esplorazione, del contatto con il mondo che ci circonda, con la natura, gli animali, della scoperta attraverso il gioco, è la stagione in cui si è più docili all'insegnamento o forse degli insegnamenti più importanti nella vita di un uomo. La natura si sveglia, tutto è fiorito, gli animali che sono andati in letargo iniziano le loro attività, l'aria è mite. Il bambino gioca, conosce, esplora nel massimo rispetto della natura e degli animali piangendo disperatamente per aver recato dolore ad uno di essi.
Il maestro lo segue pazientemente.
Penso ad oggi ai bambini inchiodati davanti a schermi con giochi violenti, dai rumori metallici tra quattro mura di cemento. Quali stimoli ricevono? Che rapporto hanno nella loro primavera con la primavera della natura? Che sensibilità potranno sviluppare e come conosceranno il mondo che li circonda, attraverso quali strumenti?

- Estate-
Il sole si accende, tutto arde e brucia, la natura è rigogliosa. Nel giovane si accende il desiderio, la passione cresce e affiorano i suoi naturali istinti da appagare: trovare la sua metà complementare per fondersi insieme. E' la stagione degli accoppiamenti, gli animali si riproducono: il sole, l'aria calda, il calore, le giornate piene di luce duratura per poter cacciare e nutrire la prole sono favorevoli. Il giovane sente i suoi impulsi come un fuoco che attraversa il suo corpo, non capisce non si spiega perchè tutte le notti si vseglia in preda ad un desiderio del quale non conosce la natura. Fino a quando non incontra una donna, non importa chi sia da dove venga, quale sia la sua storia, il desiderio di "unirsi", di "conoscersi" esplode in modo violento.
L'unione, le passioni che li attraversano li "guariscono".
Il maestro lo osserva con accondiscendenza.
Oggi anche uno degli istinti più violenti che l'uomo possiede è mitigato da quello che ci circonda e diviene per lo più: a volte un appagamento individuale del tutto temporaneo, altre astrazione cervellotica e nevrotica di cuori inquieti. Perdendo così la sua istintiva essenza di "conoscenza".

- Autunno-
Il fiume è in piena è il momento delle scelte, la natura cambia, cambiano i suoi colori. Il giovane diventa uomo, prende le sue decisioni. Si allontana dalla casa, fa esperienza di vita mondana. Ecco, si rompe il contatto con la natura, con il suo ritmo univoco.
Il maestro lo lascia andare via.
Torna deluso, ha commesso dei gravi crimini.
Si purifica attraverso il dolore.
Il maestro lo punisce.

-Inverno-
Lo scenario definitivamente cambia, la casa non sembra più muoversi sull'acqua, è tutto ghiacciato, tutto cristallizzato, fermo, intriso di luce. La natura si cela sotto il manto di ghiaccio è come scomparsa eppure... c'è, è presente come il maestro!
Ora il giovane è uomo, si vibra nell 'area danzando morbidamente, plasmando il propio corpo alla sua volontà in un movimento di libertà di una bellezza sconfinata. Con una padronanza di ogni muscolo, ogni arteria, ogni nervo, ogni capillare teso verso il volere dello spirito.
Ad un certo punto della vita invece ci si lascia andare, così è il corpo, la massa, il loro peso che ingabbiano la volontà. Quel movimento di libertà mi ha fatto vibrare l'anima!
A fine film non avevo altro desiderio se non quello di essere io quel bambino, di poter rivivere le stagioni così come nel film.
Kim ki duk è un regista contemporaneo. Per molti questo aspetto lo penalizza, lo rende moderno, quasi occidentalizzato. Io invece sono felice nel sapere che anche oggi, ancora oggi, ci sono artisti dotati di una tempra così salda che è appartenuta solo ad altri tempi.
Sono felice di sapere che il cinema si esprime ancora attraverso uno sguardo così sensibile, puro. Di questo film, come degli altri, ho amato tutto, ho trovato ogni immagine preziosa e ogni significato meraviglioso.
-Il sipario non si chiude: inizia un'altra Primavera, si aprono ancora le porte sulla scena! -
Simo

lunedì 7 settembre 2009

FERRO 3 - La casa vuota - Kim ki duk - 2003 - **** (Sproloquio di Michela)

Lasciatevelo dire: è quasi impossibile trovare di meglio che aprire una casa di Kim ki duk. Come un'orchestra che esegua alla perfezione i suoi ricchi accordi, in una voragine di spartiti muti, i suoni, le assenze e i colori si insinuano nel letto dei nostri pensieri. Resta da capire perché questa musica per sordi riesca a penetrare in un luogo così intimo dell'esistenza, e in una maniera così furtiva da restare inosservata, finché ti accorgi che sono giorni che ci stai pensando e ancora non possiedi le chiavi del film. Decine di rivoli d'acqua, simili a un groviglio di vipere luccicanti, si annidano facilmente nel legno macero di una casa acquatica, e allora devi capire che l'intero sistema del racconto, che noi tutti siamo abituati a decifrare in tre o quattro movimenti, qui non è che un paesaggio esotico. Le lettere non spiegano nulla, mai. Esse sono completamente mute. L'immagine non è più la rappresentazione visiva della parola, non ne vuol sapere di essere al suo servizio, tantomeno di risultare solo una specie di imbellettamento. Archiviata la lingua, che è artificiale, ci resta il linguaggio, che è naturale. Qui non siamo di fronte al quadro rosso vibrante di un perfetto colorista, e nemmeno abbiamo sotto gli occhi l'oscurità sanguigna di un Goya, ma una tela mobile, attraversata da simboli, con un'alterazione vitrea, con quel genere di movimento che mancherà sempre a un quadro di Raffaello. Il quadro di Kim ki Duk si trova in un luogo tanto intimo dei nostri pensieri, semplicemente perché è pervaso da un profondo intimismo, non da una qualsiasi "maniera" cinematografica. Siamo, insomma, nel sistema cerebrale di un uomo dotato di talento. Quest'uomo si serve di simboli, non astratti richiami, ma significati coerenti, e tutti vibranti in allitterazioni poetiche.
Veniamo al primo di essi: la casa. Un giovane uomo ci guarda silenzioso, entra furtivamente in una serie di abitazioni, nessuna di queste è la sua. Pensiamo bene, la prima cosa che fa é accendere la segreteria telefonica: dà un sonoro all'ambiente, una voce propria. Poi scatta delle foto accanto alle immagini degli uomini e delle donne che abitano la casa. Ora abbiamo dei volti. In rapida successione lava gli abiti che trova sgualciti o poggiati distrattamente da qualche parte, poi "ripara" le cose rotte. Ecco che abbiamo un corpo che indossa degli abiti, e ha persino dei difetti. La casa è una Persona, ha addirittura un carattere. Nella prima in cui entriamo c'è un bambino che spara con la sua pistola giocattolo ai genitori che litigano; la casa del pugile è -invece- segnata da una specie di spirito brutale: la prima immagine che ci si fa incontro è quella di uomo coi guantoni da box, che spinge il gancio verso lo spettatore con occhi diffidenti e carichi di sudore. E ancora il fotografo: una casa grigia, anch'essa in bianco e nero, come le foto e i nudi di estranei appesi alle sue pareti. Poi, ancora: il vecchio, disteso su un lato, col cranio rosso, che colora come una pittura anche il pavimento, intorno solo pochi oggetti, pareti nude e colori muti, una solitudine fatta di rughe. Il luogo in cui i due si scambiano il primo bacio è, al contrario, una casa ordinata, in cui abitano un uomo e una donna che sembra non facciano altro che prendersi cura dei fiori nell'acqua e dei bonsai, come a dire che quella stessa dedizione la dedicano l'uno all'altra. Qui l'anafora già suggerisce che si è in poesia. E' una gran brutta cosa vivere in un epoca in cui si pensa che il genio, più o meno, sia una specie di esaltazione onirica, in cui non esistano intimi legami densi di significato, ma solo incomprensibili effetti speciali. Se è vero che il più puro furore artistico viene giù come il rigurgito dell'onda e brulica come un cratere, lo è altrettanto che chi è colto da uno slancio simile si porta dietro i suoi soggetti per ore, giorni, ovunque. E' così che Tae-Suk è entrato nella "sua" casa vuota. 
Facciamo qualche passo indietro. C'è un giardino completamente verde, una sala magnifica, riccamente decorata, e un silenzio nuovo, ma più difficile da addomesticare. Il ragazzo fa le sue solite cose, scatta delle foto, lava gli abiti, è attratto da un libro di fotografie. Mentre fa il bagno lo sfoglia sott'acqua, vi è ritratta la donna che abita lì: è sempre nuda e ha una freddezza sessuale perturbante. E' in questo bagliore monotono che i due si incontrano per la prima volta: è notte, nessuno dorme, la donna col viso livido entra bruscamente nella stanza da letto e lui smette di "agitarsi" sotto le lenzuola. Quella donna così sottile nell'aspetto non possiede nulla, gli oggetti di lusso disseminati nelle camere in cui vive sono di suo marito, non le appartengono, non la rappresentano, quella casa è vuota. Aspetta qualcuno che venga ad aprire la porta.
Ferro 3: la mazza da golf meno usata in questo sport; Tae-Suk la porta con sè ovunque, strumento di gioco, difesa, aggressione, omicidio; è l'unica cosa che possiede, insieme a un cd con una musica triste e romantica. Cosa sappiamo di lui oltre a questo? Chissà quali pulsazioni si portano dietro le sue estasi mute, chissà se ha mai avuto una famiglia, degli amici. A noi il suo passato è precluso, non abbiamo chem frammenti di presente, in cui agisce senza una lingua: è per questo che il nostro flaneur del selciato è un enigma senza indizi, ed è così difficile da decifrare. Vuole essere invisibile, sceglie di non avere una dimora sua, un lavoro, una voce che lo rappresenti, che prenda delle responsabilità. Quando il poliziotto lo accusa di un omicidio che non ha commesso, persino allora, si fa battere e sta muto. E' un eroe, chino sulla sua schiena, pervaso da una forza d'animo quasi spirituale? -"Difenditi"- dice lo spettatore. E mentre l'osservatore distratto pensa tutte queste cose, quello che già sente di amare questo regista stupendo, ricorda che l'uomo non ha parlato neppure mezz'ora prima, quando il coraggio e la forza avrebbero suggerito di confessare quell'assassinio involontario. Era colpevole, allora. Dunque, assistiamo a una duplice tensione verso la morte: l'omicidio della donna, prima; l'amorevole sepoltura del vecchio, poi. In entrambe le situazioni stiamo a guardare un atteggiamento, un'attitudine di profondo silenzio, ma non dobbiamo dimenticare che quello che adesso ci sembra eroico, un momento fa era la ragione dell'omicida. Qui la poesia del film raggiunge uno dei suoi livelli più alti: in una cella di tre metri per tre assistiamo allo spettacolo indicibile dei suoi remi da gigante: le mani si muovono come timoni e il suo corpo può apparirci liberamente come una barca ondeggiante, può -con la leggerezza dei ragni- arrampicarsi su un muro senza appigli. Lì vediamo per la prima volta, e con chiarezza, quel ponte cerebrale che sta tra noi e il mondo: il sogno. Rinchiuso, farà niente più di quello che ha sempre fatto: Nascondersi, essere invisibile, muovendosi nei 180° preclusi allo sguardo. Non si esercita in questa cosa per fuggire alla guardia, come alcuni potrebbero pensare, tanto che -almeno in un occasione- è alle sue spalle e la porta è aperta. Il suo è un atteggiamento costituzionale: vuole essere invisibile. Ma cosa è che lo spinge? Si porta dietro una vergogna? Un rifiuto del presente persino esistenziale? Chi diavolo è? Noi non lo conosciamo perché lui ha negato di esistere, di avere un letto, degli abiti, dei quadri, delle foto, un qualsiasi ricordo che ci permetta di ancorare la barca incerta dei pensieri in qualche luogo dai rassicuranti fondali. E invece la poesia ha acque nere, luccicanti del blu più intenso, dei tramonti più sanguinari.Le sequenze finali sono tra le più memorabili che io abbia mai visto, c'è tutto: soggetto, musica, tensione, evento, e la funzione poetica, fatemelo dire, è di una perfezione che si avvicina al sublime. Nemmeno Shakespeare ha immaginato quel bacio!
Ultimo fotogramma: la bilancia, lo zero! Rimbaud diceva che un'opera, per avere un valore artistico, deve essere ambigua, avere -cioè- più di un significato. Dal momento che questo film è puro slancio psichico, è materia che scivola nei gangli cerebrali e ha l'inconsistenza dei sogni mi sembra coerente l'idea che insieme questi amanti non abbiano un peso, vale a dire due corpi fatti di grammi, e che -infine- insieme non esistano. Cos'è che succede? E' solo lei che sogna? E' pura forza psichica?
Zero: l'equilibrio. Si dice che se un uomo trova la donna giusta, insieme a lei sarà uguale a zero. Vale a dire: immaginiamo l'uomo come un segmento diminutivo che va da +100 a -100, immaginiamo ancora che questo segmento sia attraversato da una serie di onde di media e piccola lunghezza. Ora: queste onde si propagano distintamente sulle cifre, in positivo e in negativo, che attraversano la natura di una persona; si fermano su attitudini diverse, ora sull'ira, ora sulla libido, ora sulla tenerezza, ora sulla violenza; si determina così un luogo del segmento in cui si annidano il corpo e il carattere di quella persona. Ora, questo luogo, essendo fatto di dominanze, è sempre sbilanciato a sinistra o a destra della scala, anche nelle persone più miti. Ebbene, si dice che la persona in grado di rendere un'altra trasparente abbia in sè delle forze emotive talmente armoniose con l'altra, che siano in grado di portare qualsiasi innamorato allo Zero.
Chi non è in grado di capire i nostri silenzi, non capirà di certo le nostre parole.
Applausi!
Michela