domenica 8 novembre 2009

Due versi di Lorca e un dipinto di Gauguin


"Che farai in questi campi, circondato dall'aurora
e con un'anima ancora carica di notte?"

sabato 7 novembre 2009

Crocodile - Kim Ki Duk - 1996


Incredibile di incredibile bellezza la natura acquatica di questo debutto formidabile, in cui le parole se ne vanno croscianti, sul letto freddo di un fiume marrone, mentre un uomo sulla trentina, simile a lucide anguille e pesci vischiosi, è costretto a misurarsi continuamente con quest' elemento vicinissimo e inassimilabile che non siamo in grado di respirare. E' un'acqua dura, salmastra, perché solo in un posto così può abitare un coccodrillo: ha bisogno di un elemento scuro, pesante, in cui immergersi per una vita intera, attaccare sempre senza essere visto. Nell'orrore c'è quasi sempre una specie di violenta rivolta verso ciò che ci minaccia, un polo di repulsione invariabilmente percepito con un altro di richiamo. E' per questo che il peccato ha un senso di pienezza, e di abbondanza, almeno credo. Gli uomini cadono, succede continuamente. Coccodrillo è forse peggiore di tanti altri, ha resistito a calci e urina sul cranio; bastoni, pruriti e frodi non gli hanno impedito di mangiare: ha dovuto indurire il cuore, coprirsi il corpo di scaglie e le scaglie di melma, essere solo, ovunque. I rapporti che intrattiene sono stupri o violenze di vario genere, anche se dormono con lui un vecchio con gli occhiali rotti, capace di riparare ogni cosa, e un bambino fiero, pieno di coraggio, che lo chiama nonno. Guadagnano i loro pochi soldi vendendo gomme e chincaglierie, ma Coccodrillo ha trovato un curioso espediente: rubare denaro al suicida di turno (probabilmente non è un caso che abbia deciso di vivere proprio sotto quel ponte.) Il cadavere (cadere), ciò che è irreparabilmente caduto, non può sconvolgere il cervello di questo predatore impassibile, perché il pugno, la violenza, il freddo, lo stupro non sono più percezioni occasionali, ma la sua condizione mentale. Per cui, chi sta inorridendo dovrebbe pensare che la domanda (di sempre) non è : "Cosa ha fatto?", ma "Perchè lo ha fatto?". Guardatelo bene nella sua cloaca:
Il disprezzo, la sozzura, gli escrementi sono quanto della morte la vita di Coccodrillo sopporta a stento e fatica. Ora vive con forti branchie. Immerso nell' acqua può guardare meglio quel bambino dispettoso e la donna bianca, agile sui tacchi, che ha appena salvato. E allora questo mostro famelico, questo cuore accartocciato è capace dei momenti di maggiore poesia del film; in acqua può gonfiare un palloncino (rosso) e lasciarlo risalire in superficie, sotto un bel paio di occhi stupiti; può sistemare un divano retrò e appendere un quadro, come in una vera casa. Bastavano forse delle  caviglie di donna, il desiderio di rapporto consensuale, la gelosia più incurabile, bastava quanto di più elementare ha la vita -l'amore- per scarnificare le scaglie, l'odore rancido e la melma torbida di un grosso coccodrillo?
Non pensate che sia un film su un clochard, i lavori di Kim Ki Duk tendono sempre verso un altrove velato, pericoloso e pazzesco insieme, in cui la trama non ha bisogno di realizzarsi mai e la poesia, i nervi e le arterie esposte sanno predare chiunque e giocarci per bene, prima di insinuarsi nello stomaco e sconvolgerci gli occhi.
Immagino la vita di Coccodrillo come percorsa da strani fremiti e percossa da una solitudine febbrile, incurabile. Se ha vissuto in un cerchio, ne ha di certo cavalcato l'intera circonferenza, tentando -forse una sola volta- di acciuffare un raggio per raggiungerne il centro. Forse l'aveva trovato, in un salotto sul letto del fiume, mentre si lasciava andare al bacio più incurabile, al bacio più irrimediabile che sia mai uscito da cuore umano.
Avete mai pensato che nessuno, in riva al mare, si gira mai a guardare verso terra? Chiunque  allunga lo sguardo invariabilmente verso l'odeano. Forse il movimento di quel liquido blu suggerisce davvero "l'idea di infinito", qualcosa di vagamente simile all'abbandono, che poi è galleggiare. Di sicuro, sarebbe strabiliante trovare nell'acqua l'elemento in grado di sostenere i pensieri. Le città, le società sono solo qualcosa di più piccolo e di più mediocre, sono il nostro recinto.
Una tartaruga blu si muove nel fiume e un' unica barchetta naviga ubriaca:
Il primo Ki Duk è una fucilata in pieno viso,  ed è mozzafiato stare d'avanti al plotone.
Michela

martedì 3 novembre 2009

"Il poeta non dorme mai, ma in compenso muore spesso"

La poesia non ha sesso, perciò posso dire che l'altro ieri, nel solito silenzio di sempre, è morto l' ultimo grande poeta d'Italia. Questo è il suo "Sogno d'amore"


Se dovessi inventarmi il sogno
del mio amore per te
penserei a un saluto
di baci focosi
alla veduta di un orizzonte spaccato
e a un cane
che si lecca le ferite
sotto il tavolo.
Non vedo niente però
nel nostro amore
che sia l'assoluto di un abbraccio gioioso.


Alda Merini

Alda Merini- I poeti lavorano di notte


I poeti lavorano di notte
quando il tempo non urge su di loro
quando tace il rumore della folla
e termina il linciaggio delle ore.
I poeti lavorano nel buio
come falchi notturni od usignoli
dal dolcissimo canto
e temono di offendere iddio
ma i poeti nel loro silenzio
fanno ben più rumore 
di una dorata cupola di stelle.


giovedì 22 ottobre 2009

Due parole di Nietzsche e un bel dipinto di Renoir


Io amo colui che si vergogna quando il lancio dei dadi riesce in suo favore e si domanda: sono forse un baro?

giovedì 15 ottobre 2009

L'emozione del brutto in un dipinto di Toulouse Lautrec

C'è un posto sulla collina di Montmartre che si chiama Moulin de la Galette, è un vecchio granaio coi mulini a vento e lo steccato verde, un posto nuovo, grazioso,  addirittura strabiliante, dove due mugnai preparano le loro famose focacce e per pochi centesimi ti fanno ballare intorno a certe donne dall'aspetto incredibile. Gli uomini indossano scarpette nere di vernice e calzoni attillati, alcuni di loro portano anche una tuba scintillante e ballano da veri Valentin; bevono molto, moltissimo, e ogni tanto si aggiustano quei loro baffi odorosi di crema da gran signore, portandosi dietro la noia della mattinata, l'aria piatta, inamidata, da lavandaia di qualche signora con una buona dote che hanno galantemente portato all'altare. Il locale è illuminato a giorno, ma quando le "stelline" vanno in scena la luce viene sempre da basso, in modo da dare ai loro volti un aspetto più deciso, grottesco, quasi caricaturale. Se si vuole assistere ad un bestiale cancan,  però, sarà opportuno fare quattro passi, arrivare fino al Moulin Rouge e sedersi a un tavolo male illuminato, da cui si potrà certamente partecipare ad uno spettacolo strabiliante: la Goulue, che indossa un vistoso corsetto e vi mostra i suoi seni, può girare e far spaccate per tutta una notte, magari insieme alla timida Jane o alla grassa Mome Fromage. C'è musica ovunque, dappertutto notte e baccanale: qui clown, contorsionisti e sante donne possono muoversi senza suscitare un solo sguardo di disprezzo. Di questi tempi, una come Cha-U-Kao è di gran moda: è una piccoletta dal  busto sottile,  flessibile, con un collo corto e forte e un viso deciso, derisorio, che non ha paura di ballare accanto ad altre donne, in posa virile, dopo un numero da acrobata di gran razza. Qui si può tutto, siamo a Montmartre.
Quando ci mette piede per la prima volta, il giovane Toulouse è alto appena un metro e cinquanta centimetri, ha il naso grosso, poroso, gli occhi luminosi, neri, simili a un liquido denso, e come defecato. Il labbro inferiore è piuttosto teso, come in preda a una tumefazione bruna, e la pelle ha un aspetto febbricitante, ma senza fremiti, un tono itterico, ma senza colore. Indossa un pantalone a quadretti bianchi e un elegante panciotto sotto la giacca; ha sempre un bastone accanto a sè e un cappello buffo sulla testa. Questo francese è ricco, è un nobile venuto su con qualche bisticcio genetico, ma pare che abbia osceni pruriti sessuali e poche fanciulle da sacrificare. Sono sicura che Toulouse, a vedere quel posto agitato da figure dall'aspetto burlesco, si sarà sentito meno straordinario. Il nano aristocratico era finalmente della partita! Poteva addirittura avere una donna, poteva averne molte e per pochi soldi. Marie, per esempio, aveva lunghi piedi e un profumo isterico, un'inclinazione umorale di panico e feticismo, saliva e mucose, ninfomania ed abbandono, perversioni goderecce che le bruciavano gli occhi in maniera profonda, e con quella scintilla di esaltazione che uno storpio come Lautrec aveva visto poche volte in vita sua: "Marie!...Marie! "conosceva tutti i giochi del pittore.
A guardare un quadro di Lautrec, difficilmente troverete qualcosa di vagamente simile alla bellezza. Le sue donne sono brutte, decadenti, hanno carni violette rapprese da strani mali, e occhi corrotti, affaticati e lunari. Se sono di scena al Moulin Rouge, ci vengono incontro come bianche maschere, con quella dannata luce che viene da basso, sempre la stessa accentuazione del profilo, il mento che viene fuori come un artiglio, la guancia scavata, indigente e -sulla bocca- il colore guasto di un frutto andato a male. Quando qualcuno gli chiedeva perché ritraesse tutte le donne come fossero brutte, quella lingua velenosa di Lautrec rispondeva: "Perché lo sono". Malgrado qualche crudeltà di temperamento, non faticò a diventare qualcuno a Parigi, i suoi cartelloni del Divan japonais o di Ivette erano praticamente ovunque e lui dipingeva continuamente, come preso da un fauvismo di creazione e candore.  A notte fonda si spostava al bordello, che era a pochi passi dalle sale da ballo. Lì stava per ore con Mireille, che era la sua favorita e di cui abbiamo qualche scatto: uno -in particolare- mi ha impressionato per la durezza del corpo, la pancia grossolana, sporgente e i piedi tozzi, lunghi ed allargati come quelli di un'anatra. In verità, Toulouse si intratteneva con qualsiasi ospite della padrona. Le prostitute lo lasciavano  fare, e lui  si metteva a guardare la loro vita fatta di gesti, quei visi candidi al mattino, struccati come quelli di vecchie bambine e la loro schiena rosa e grigia, mentre una di loro si guarda allo specchio e fissa freddamente il freddo lavoro del tempo. Forse è soltanto una mia suggestione, ma ho sempre sentito che quest'uomo tanto impietoso con le donne abbia covato qualche sentimento sperticato, ma luminoso, per queste ventenni sfiorite, qualcosa di simile alla pietà mista alla perversione.

Molti pittori hanno avuto a che fare con delle prostitute, magari hanno chiesto loro di posare per qualche bel quadro, vaporizzando sulla vetrata di un oscuro atelier quest'atto immensamente erotico del dipingere. Ma quale differenza con un ritratto di Lautrec! La composizione è in colori brillanti, eppure è attraversata da fibrillazioni tossiche: Toulouse non ha intenzione di vestire le sue modelle con antichi pepli o graziose trecce, non vuole renderne più fresco l'incarnato o più eroica la posa. La ricca processione di Danae, Grazie, Dame con l'ermellino, Venere in conchiglia e Vergini varie non può vantarsi di aver mai sfilato verso qualche teorema di Toulouse. Indicibili e di indicibile bellezza queste tele di vita incipriata, abitate da uno sguardo saturo di ironia, da quel suo naso sempre alla ricerca di un profumo più autentico, di quell'aria odorosa di sudore e concessioni servili che aveva imparato a non giudicare. Eppure i clienti non gli interessano, ne dipinge solo qualcuno, perchè ha capito che c'è qualcosa di più appassionante dei baci scabrosi. Adora ritrarre le sue favorite nei momenti più banali della giornata, quando riposano su una poltrona o si affaccendano alla toilette, persino le tele che raffigurano atti d'amore sono in vernice di sole donne, perchè in tutti quei letti -bianchi o rossi- non c'è un solo uomo. E' mattina finalmente, per tutta la notte si sono svestite, hanno civettato, si sono concesse a più di un'ubriaco, sopportandone l'alito orribile, il corpo glabro (come quello di un verme!) e i morsi  violenti, che credono eccitanti. Ora è tempo di lavar via quegli odori, di togliersi dal viso cipria e lordura e restare così, coi capelli corti, a guardare un'altra donna, a desiderarla quando il suo sguardo è stanco e affaticato, quando le gambe non s' agitano più come le ali di un insetto e qualcosa nell'aria sussurra sottovoce che è tardi per avere un figlio. Dicono che Toulouse de Lautrec non sia stato un artista "purissimo" perché ha svenduto il suo talento nei cartelloni pubblicitari del Moulin Rouge; ebbene, io sono felice di pensare che La Goule, Jane, Suzanne e Nini non fossero per lui misere modelle, ma qualcosa di  assai più caro e di più pericoloso, qualcosa con cui si misurava tutti i giorni: erano la sua vita, e non ne aveva pietà.  A proposito del suo "dipingere brutto", mi viene in mente il crudele ritratto di Van Gogh per mano di Gauguin, che mortificò talmente il cuore del pittore dei girasoli da scatenargli una voce furiosa, rotta, furibonda: immobile, il corpo infermo, paralitico e lo sguardo dotato di una paralisi ben peggiore, quella del cranio. Ebbene, io sarò sempre grata a Lautrec per il suo bel ritratto a matite colorate di Vincent Van Gogh: un profilo fiero, l'occhio teso, ma per  spingere lo sguardo più in alto, e una bella schiena dritta, protesa in avanti, come a cercare qualcosa in lontananza, qualcosa di luminoso, magari soltanto "le nuvole...le nuvole là in basso". A dar retta a Gauguin, qualcuno potrebbe chiedersi perché proprio Toulouse, che faceva tutti più brutti, abbia dipinto il genio olandese più bello che in verità. E allora me lo immagino, aggrappato al bastone, coi pantaloni a quadretti e la strana tuba sulla testa, a  tirar fuori quella lingua velenosa e rispondere a tutti, con rigore filosofale: "Perché lo è".
Michela

lunedì 5 ottobre 2009

Guillaume Apollinaire - "Il polipo"

 
Avvezzo a schizzare verso il cielo il suo inchiostro,
a suggere il sangue di ciò che ama
e a trovarlo delizioso, 
questo mostro inumano, sono io.

mercoledì 30 settembre 2009

Il pennello formidabile di Van Gogh. Il suo Infinito.


 "Un giorno  la pittura di Van Gogh armata di febbre e di buona salute, ritornerà per scagliare in aria la polvere di un mondo in gabbia che il suo cuore non aveva potuto sopportare." Stamattina ho acquistato un piccolo volume di Van Gogh, di cui sono molto felice, non è migliore nè peggiore di altri, ma è stampato su una bella carta ruvida, che non riflette la luce, una soluzione che gli conferisce una bella potenza,  una forza immediata, che viene -mi pare- dalla scelta significativa del colore, un tono plebeo, come quello della sua sedia, ma così giusto da sembrarmi strabiliante: il violetto più insospettabile  nidifica nelle fenditure degli alberi bruni, il giallo oro  più incredibile ci viene addosso per sussurrare che intorno c'è solo odor di paglia e fieno raccolto, qualche contadino ora riposa nelle pianure arroventate e calcinate sotto un cielo quasi sempre estivo. Si ripetono la  malva, il verde veronese e  quel suo blu profondissimo, che sa  di cielo e di pittura, per ripiombare nel viola, nel verde smeraldo, nel blu cobalto mescolato là in basso al bianco rotto di certe nuvole gonfie, come atomi  triturati e poi rimescolati dal pennello del pittore: sempre la stessa variazione cromatica che ricorre, nel ventre di una tela che sa ovunque di genio, anche quando è impossibile da capire. Chi è innamorato della pittura lineare avrà sempre qualche problema con Van Gogh, che non disegnava forme e linee, ma elementi della natura  in preda a continui urti oculari: imprimeva, cioè, una specie di "movimento rotatorio" alle cose, una raffigurazione attorcigliata, carica  d'atmosfera e di nervi, che mi sembra meravigliosa da percepire. Siamo in un sistema cerebrale fatto di febbre, di accelerazioni pittoriche, di un pennello duro da decifrare,  perchè sembra che i suoi alberi abbiano qualche fronda in cielo e le radici all'inferno, più ti sembrano alti, più ti accorgi che la pennellata è minuscola, è appena una virgola ; qualcuno ha scritto a questo proposito una frase che trovo illuminante: "Van Gogh dipinge corto, ma l'effetto è lungo". Senza inoltrarmi troppo negli aspetti emotivi della sua scelta amorosa o, piuttosto, di quella postura animosa da evangelista che decise di assumere ad un certo punto della sua vita, bisognerà riconoscere che c'è qualcosa nell'atteggiamento cerebrale di questo genio che ha sempre mandato chiunque in crisi. Era un pazzo, Van Gogh?
C'è un sacco di gente che si chiede quali altri capolavori conterebbe oggi la storia dell'arte se il pittore dei Girasoli non fosse morto a trentasette anni; io non sono un'esperta di pittura, ma mi piace pensare che Van Gogh smise di dipingere esattamente come Rimbaud, a un certo punto, smise di scrivere poesie. Mi piace pensare che, fosse morto a ottant'anni, il suo ultimo quadro sarebbe stato quello dei Corvi. Si dice che questo operaio dei pennelli, a furia di cercare l'infinito, abbia finito per soffocarne, ma queste son parole per gente con la tuba. Quello che vediamo noi oggi è qualcosa di profondamente e intimamente condivisibile: "Lo senti quel battito d'ali?". Proviamoci. Il cielo è basso, bassissimo, non c'è tempo stavolta per imprimere all'aria quella rotazione febbrile, sovraccarica, ma così piena di acqua, di sale, e di fiati. Nel giallo denso e frettoloso del fieno sciaborda qualcosa che sa di vinaccia, di saliva che risale alla bocca, simile a onde sporche e infettate di carminio. Esattamente al centro del quadro, una linea di corvi nerissimi si scatena su questa terra strabiliante e su questo cielo tumefatto, in un giorno che sa ancoradi notte.  E' un nero ricco, lucente, escremetizio. Un nero che sa di materia triste, vibrante, pericolosa, che nel dolore ha trovato un battito nobile. Sembrano enormi quelle ali di corvo; sono lì, riccamente dipinte sulla tela, per dirci che stanno per sconvolgere una vita. L'elemento primitivo, tellurico dell'esistenza, ha sempre abitato la vita e la pittura di Van Gogh, come le scarpe rozze di alcuni suoi quadri o quella sua vita adorabilmente contadina: la sedia di legno povero, come  la sua natura mai abbellita, eppure più ardente, più convulsa e più bella di qualsiasi  altro en plein eir. Sarà anche vero che nessuno trattava l'acqua come Monet, che non possiamo guardare una ballerina senza pensare a Degas, sarà vero pure che il nero piatto rimanda  a Manet, ma Van Gogh, nelle sue tele di modeste dimensioni, attraverso il suo polso formidabile, ha trovato qualcosa di più intimo e di più grandioso, il suo Infinito.
"L'uomo ha due tensioni, una verso il cielo e l'altra verso Satana". In mezzo stanno i corvi: tra le nuvole pesanti, come fatte di flutti, e le strade enigmatiche, schiumanti di oro e di vino, che vanno a morire  là in basso, nel cielo otturato di una tempesta appena bloccata.
I capelli rossi, lo sguardo nitido, gli occhi senza ciglia, come rasate, la mano cotta, l'orecchio restituito e la tavolozza di colori: "Che la vita diventi bella come un quadro di Van Gogh"!
Michela


giovedì 24 settembre 2009

Victor Hugo


"Può il cuore diventare deforme e contrarre laidezze e infermità incurabili
sotto la pressione di una disgrazia sproporzionata, come la colonna vertebrale sotto una volta troppo bassa?
Non c'è in ogni anima umana, una scintilla primitiva,un elemento divino, incorruttibile
in questo mondo,
immortale nell'altro, che il bene può sviluppare, attizzare, accendere, infiammare e far splendere luminosamente
e che il male non riesce mai a spegnere del tutto?"

Rubare una parola a Rimbaud



"Non è nulla, sono qui, ci  sono sempre" 
Michela