mercoledì 30 settembre 2009

Il pennello formidabile di Van Gogh. Il suo Infinito. (Monologo di Michela)

 "Un giorno  la pittura di Van Gogh armata di febbre e di buona salute, ritornerà per scagliare in aria la polvere di un mondo in gabbia che il suo cuore non aveva potuto sopportare." Stamattina ho acquistato un piccolo volume di Van Gogh, di cui sono molto felice, non è migliore nè peggiore di altri, ma è stampato su una bella carta ruvida, che non riflette la luce, una soluzione che gli conferisce una bella potenza,  una forza immediata, che viene -mi pare- dalla scelta significativa del colore, un tono plebeo, come quello della sua sedia, ma così giusto da sembrarmi strabiliante: il violetto più insospettabile  nidifica nelle fenditure degli alberi bruni, il giallo oro  più incredibile ci viene addosso per sussurrare che intorno c'è solo odor di paglia e fieno raccolto, qualche contadino ora riposa nelle pianure arroventate e calcinate sotto un cielo quasi sempre estivo. Si ripetono la  malva, il verde veronese e  quel suo blu profondissimo, che sa  di cielo e di pittura, per ripiombare nel viola, nel verde smeraldo, nel blu cobalto mescolato là in basso al bianco rotto di certe nuvole gonfie, come atomi  triturati e poi rimescolati dal pennello del pittore: sempre la stessa variazione cromatica che ricorre, nel ventre di una tela che sa ovunque di genio, anche quando è impossibile da capire. Chi è innamorato della pittura lineare avrà sempre qualche problema con Van Gogh, che non disegnava forme e linee, ma elementi della natura  in preda a continui urti oculari: imprimeva, cioè, una specie di "movimento rotatorio" alle cose, una raffigurazione attorcigliata, carica  d'atmosfera e di nervi, che mi sembra meravigliosa da percepire. Siamo in un sistema cerebrale fatto di febbre, di accelerazioni pittoriche, di un pennello duro da decifrare,  perchè sembra che i suoi alberi abbiano qualche fronda in cielo e le radici all'inferno, più ti sembrano alti, più ti accorgi che la pennellata è minuscola, è appena una virgola ; qualcuno ha scritto a questo proposito una frase che trovo illuminante: "Van Gogh dipinge corto, ma l'effetto è lungo". Senza inoltrarmi troppo negli aspetti emotivi della sua scelta amorosa o, piuttosto, di quella postura animosa da evangelista che decise di assumere ad un certo punto della sua vita, bisognerà riconoscere che c'è qualcosa nell'atteggiamento cerebrale di questo genio che ha sempre mandato chiunque in crisi. Era un pazzo, Van Gogh?
C'è un sacco di gente che si chiede quali altri capolavori conterebbe oggi la storia dell'arte se il pittore dei Girasoli non fosse morto a trentasette anni; io non sono un'esperta di pittura, ma mi piace pensare che Van Gogh smise di dipingere esattamente come Rimbaud, a un certo punto, smise di scrivere poesie. Mi piace pensare che, fosse morto a ottant'anni, il suo ultimo quadro sarebbe stato quello dei Corvi. Si dice che questo operaio dei pennelli, a furia di cercare l'infinito, abbia finito per soffocarne, ma queste son parole per gente con la tuba. Quello che vediamo noi oggi è qualcosa di profondamente e intimamente condivisibile: "Lo senti quel battito d'ali?". Proviamoci. Il cielo è basso, bassissimo, non c'è tempo stavolta per imprimere all'aria quella rotazione febbrile, sovraccarica, ma così piena di acqua, di sale, e di fiati. Nel giallo denso e frettoloso del fieno "sciaborda qualcosa che sa di vinaccia, di saliva che risale alla bocca", simile a onde sporche e infettate di carminio. Esattamente al centro del quadro, una linea di corvi nerissimi si scatena su questa terra strabiliante e su questo cielo tumefatto, in un giorno che sa ancoradi notte.  E' un nero ricco, lucente, escremetizio. Un nero che sa di materia triste, vibrante, pericolosa, che nel dolore ha trovato un battito nobile. Sembrano enormi quelle ali di corvo; sono lì, riccamente dipinte sulla tela, per dirci che stanno per sconvolgere una vita. L'elemento primitivo, tellurico dell'esistenza, ha sempre abitato la vita e la pittura di Van Gogh, come le scarpe rozze di alcuni suoi quadri o quella sua vita adorabilmente contadina: la sedia di legno povero, come  la sua natura mai abbellita, eppure più ardente, più convulsa e più bella di qualsiasi  altro en plein eir. Sarà anche vero che nessuno trattava l'acqua come Monet, che non possiamo guardare una ballerina senza pensare a Degas, sarà vero pure che il nero piatto rimanda  a Manet, ma Van Gogh, nelle sue tele di modeste dimensioni, attraverso il suo polso formidabile, ha trovato qualcosa di più intimo e di più grandioso, il suo Infinito.
"L'uomo ha due tensioni, una verso il cielo e l'altra verso Satana". In mezzo stanno i corvi: tra le nuvole pesanti, come fatte di flutti, e le strade enigmatiche, schiumanti di oro e di vino, che vanno a morire  là in basso, nel cielo otturato di una tempesta appena bloccata.
I capelli rossi, lo sguardo nitido, gli occhi senza ciglia, come rasate, la mano cotta, l'orecchio restituito e la tavolozza di colori: "Che la vita diventi bella come un quadro di Van Gogh"!
Michela

3 commenti:

evaluna ha detto...
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Cotone ha detto...
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almacattleya ha detto...

Mi piace come hai raccontato Van Gogh. Forse non tutti sanno che Van Gogh dipinse e disegnò in soli 10 anni e produsse qualcosa come 800 lavori! Me lo immagino in preda a una febbrile ispirazione che non smetteva mai. E' come se dipingere fosse diventato il suo parlare, il suo modo di comunicare più consono a lui.