giovedì 10 settembre 2009

LA SAMARITANA - Kim Ki Duk - 2004. (Suggestioni di Michela)

I lavori di Kim ki Duk possiedono una qualità notevole: non si può fare a meno di guardarli. Nessuno è figlio o padre dell'altro: sono slanci sterili, gratuiti, quindi completamente puri. Egli non partorisce, ma crea; è per questo che ogni film ci appare carico di una vibrazione così pesante, così urgente, così urtante. Quello che amiamo in un' opera non lo vedremo mai due volte; certo troveremo sempre lo splendore guasto dei suoi cieli acquatici, quel suo continuo insinuarsi in un popolo muto per violentarlo dall' interno, quelle orientali luminose e in eterno pericolo, coi visi piatti come monete d'argento, che hanno negli occhi qualcosa di indefinito, un'espressione generica, ma come carica di fluidi elettrici. Sono tutte lì, vicine e lontane, come se uno specchio geloso fosse incapace di replicarne esattamente i contorni.
"Visumatra-Samaria-Sonata": sono i tre quadri in cui è diviso questo film difficile, duro, abitato da un' irrimediabile freddezza e da una inevitabile silenziosità dell'evento. Seul lascia appena intravedere qualche brandello di bellezza, nel generale appiattimento della sua morfologia, è come se il regista avesse operato una specie di rivoluzione spaziale: l'assenza geografica di un centro, la carenza di uno sfondo amabile su cui far agire le sue figure. Visumatra è il nome che vuol darsi una ragazzina che decide di prostituirsi; ci racconta che si chiamava così una donna, un'abile amante, che dopo essersi spogliata convertiva i suoi clienti al buddhismo. E' poco più che una bimba, ma ci guarda con abbandono, ha i capelli corti e domabili, una frangia, un bel paio d'occhi, le labbra dure, coraggiose e un sorriso aperto, cordiale, che diresti pieno di fiducia. L'altra, che nel secondo quadro diventerà Samaria, ha il viso cupo, l'occhio meno bello, il mento duro, il naso difettoso, la bocca insipida e -nella gola- una gelosia d'amore, un'espressione di vergogna che l'accompagna per tutta la prima sezione. E' così che il tradizionale lavaggio del corpo diventa piacevole riposo per la prima, abluzione catartica per la seconda: Samaria nel bagno di vapore strofina con una esibita violenza la pelle bianca, lattiginosa dell'amica prostituta, le spiace che "una cosa tanto bella" sia toccata da qualche uomo orribile, una specie di incrocio tra padre e pederasta. C' è una gelosia che è d'amore qui, bisogna dirlo, sempre al confine col respiro saffico, che una volta -in un'unica, prevedibile sequenza- si realizza in un bacio asciutto, prolungato, senza fiati.
Il bianco è ancora il colore dominante. Bianco è l'abito senza sudario di Samaria, questo colore che così bene esprime la frigidezza, l'infecondità, l'assenza di mucose erotiche, la lontananza irrimediabile che separa la violenza dalla concessione. Vuole essere un' altra, come una specie di divinità policefala, in cui una bocca lavi le colpe dell'altra, un corpo diverso operi un'azione di restituzione per conto dell'altro. C'è un nuovo ritorno nei letti marci, privi di coraggio dei clienti sciatti, una nuova, diversa scena sotto le coperte, piedi che si inseguono, amplessi consumati rapidamente nella mente dello spettatore, senza neanche la finzione di un godimento. E siamo sicuri che nulla fuoriesca dalla freddezza impeccabile della nostra samaritana. In questa ripetizione un po' macabra e ordinaria c'è tuttavia una differenza notevole: Samaria, che nella Bibbia dà da bere agli assetati, "accoglie" gli uomini gratuitamente, anzi Restituisce loro le monete. Poco sappiamo del suo universo emotivo: vive sola con il padre, che è molto dolce, la scuola non le interessa, ha una casa insignificante, ma ordinata, pochi amici, molti clienti. Si direbbe che tutte le sue vibrazioni appartengano a Visumatra. E' difficile entrare in sintonia con le ambizioni di un autore così dotato, occorrerà rassegnarci all'idea che un solo movimento filmico non gli basti, prepararci a una nuova vertigine nel racconto: il padre scopre tutto, e non si comporta come farebbe un padre. Non sgrida sua figlia, ma la pedina, minaccia e rovina i suoi amanti, li uccide, è patologicamente alla ricerca di un' espressione nevrotica che ne celi la verità: è geloso, è tormentato come il più sensuale degli innamorati! Quegli uomini che si portano a letto la figlia hanno più o meno la sua età, un aspetto non dissimile, come lui provano vergogna (almeno alcuni), come lui hanno una figlia. Ha bisogno di uccidere, di diventare assassino, di esercitare una violenza sanguigna (come uno stupro?) sugli esseri infelici che hanno approfittato della sua bambina (donna?). Non sarebbe da trascurare il fatto che quest'uomo bello, di una tristezza indicibile, è un poliziotto, potrebbe applicare la sua vendetta in tutt'altro modo, ma non gli basta, vuole il loro sangue, il loro dolore, la loro testa, e -in un modo o nell'altro- le loro donne.
Sonata: quadro terzo, fuga da Seul, ritorno ai ricordi, rovinosa tensione sulla tomba materna. Nella campagna in cui riposano è ancora tempo di acqua, quel minerale liquido e trasparente che ci ha attraversato l'anima in così tante pellicole di Ki Duk.
L'acqua delle lacrime, che è salata come quella del mare, che irrita il viso e fa male come un' ustione, rende rosso persino lo sguardo, come se il sangue affiorasse sempre nei luoghi della passione, del godimento più sfrenato, e della vergogna, anche. Il padre, col viso d' un poeta, la tenerezza di un maestro, la guarda piangere attraverso i vetri di una finestra indiscreta. Mattino: un sogno in blu, la paura di un omicidio "purificatore", poi il risveglio. C'è una spiaggia di sassi bianchi, piuttosto grandi. L'uomo è al telefono, ha chiamato i suoi colleghi. Chissà come, ha dipinto di giallo delle pietre giganti, ne ha fatto un percorso, l'ultima linea per guidare sua figlia nel ritmo feroce della vita. Lei sbanda, frena, si ferma. Degli uomini senza voce si allontanano col padre.
Finisce così, sul cammino di una strada terrea e affogata di fango, col cielo stinto di qualche livido autunnale, tra la possibilità del fare e la difficoltà del riuscire.
Un racconto di una bellezza davvero oscura, multiforme, a cui non sono capace di rendere giustizia, ma dotato di un suo proprio cerebro, di una carne esposta, attraversata da belle vene, da vibrazioni pericolose, che son davvero dei fluidi elettrici.
Ora mi accorgo che anche nel racconto questo regista che amo moltissimo ha operato meravigliosamente quella strana rivoluzione spaziale: l'assenza del centro, che così non può più rivendicare la sua funzione simbolica.
C'è silenzio. Piove. Il cielo, qualche volta, è di un bianco intenso, enigmatico.
Il cielo violento, il cielo pesante, il cielo acquatico di Kim ki Duk.
Michela

3 commenti:

Cotone ha detto...

Straordinaria!
Straordinariamente affacsinante quello che descrivi!
Non bastano le immagini, non basta il silenzio, non ti è suffisciente la trama, non ti fermi ai significati, insegui il pensiero del regista, lo cerchi dietro ogni inquadratura, quando lo trovi fai sempre centro e lo restituisci con immensa grandezza.
Questo fino ad ora è stato certamente il film più complesso di KKd che abbiamo visto. Riuscire a scrivere in maniera così pulita di una pellicola così oscura è speciale, davvero tanto, come te.
Ti stimo, ti ammiro, mi sento fortunata.
Questo messaggio "dei fluidi elettrici" è geniale e rivelatorio: ricordi la tensione che avevamo ad ogni immagine?! Eravamo tutti in tensione ..riuscivamo a mala pena a formulare delle frasi. Tutti attenti, sguardo fisso, mente ferma sulle scene, non era mai capitato che un film ci prendesse tutti così violentemente.
Che bella la scena del padre che traccia una via per la figlia,che unicità di rappresentazione! Che inizio così diverso dalla fine, passando per significati e emozioni unici!
Complimenti Michela ti trovo unica, meravigliosa,brillante, eccezionale, forse sono di parte ma non posso propio fare a meno di dirtelo:
SPECIALE.
Love you, tuafino all'infinito.

Anonimo ha detto...

bellissimo

innamorato ha detto...

Quanto sei superiore...