venerdì 9 dicembre 2011

THREE EXTREMES - Fruit Chan, Park Chan Wook e Takashi Miike - 2004 (Schegge di parole e fermi-immagine)

Ho un pregiudizio detestabile nei confronti dei film collettivi. Li trovo immancabilmente mediocri, privi di carattere e tremendamente anemici, ma non ho resistito al secondo volume del concept "Three", firmato da tre grandi del cinema di genere asiatico: Fruit Chan (per tre anni ospite a Venezia), Park Chan-wook (l' autore della fortunata Trilogia della vendetta) e lo spassosissimo, nerissimo, estremo Takashi Miike, che non ha bisogno delle mie misere presentazioni. Al solito mi tocca storcere il naso. Malgrado alcune scelte estetiche meravigliose, soprattutto per il segmento di Miike, il film è -nel complesso- appena passabile. Passa, infatti, "Dumplings", l'episodio fitmato da Fruit Chan, probabilmente il più chiuso dei tre, nel senso di finito, completo. Circuito-Cortocircuito della logica mortifera del tempo, delle crepe sull'epidermide della bellezza e della -inesauribile, tumorale- paura di invecchiare. La storia di un'attrice sulla quarantina, ancora avvenente, che va a caccia di giovinezza mangiando i ravioli di  "zia Mei" funziona bene, ma -a mio giudizio- la scelta coloristica del girato non rende giustizia alla violenza e all' armonia di una buonissima sceneggiatura.

Qui sotto, invece, c'è uno screen-shot di "Cut", secondo episodio del film, diretto dal fecondissimo regista sudcoreano Park Chan-wook. Non dirò mai male abbastanza di questo film. Maldestro, caricaturale e ai limiti dell' insulso, il film è un calderone di cose già viste (e persino usurate) trattate con palese tossicità. Già in "Old boy" il regista aveva mostrato uno stile furbescamente "composito", una sorta di fetido, lussureggiante potpourri, in cui deliziose crudeltà e schegge d' alto cinema obliavano efficacemente le banalità della narrazione. Stavolta il regista può usare tutti i pavimenti a scacchiera della terra e pezzi d'arredo pomposamente kitsch, ma il film non c'è proprio. Infelice. Monocorde. Nato in un grembo improvvisamente sterile. 
La chiusura del concept è affidata (chiaramente) a Takashi Miike, regista nipponico dalla cifra stilistica inconfondibile, instabilmente autolesionista, sontuosamente macabro e con un talento fuori del comune nel contaminare il tipico film di genere con gli stilemi del cinema autoriale. Per "Box" è chiamato ad aprire uno dei suoi cento occhi (Miike deve avere sotto la pelle le pupille di Argo a giudicare dalle variazioni che sa fare sullo stesso tema). Vanità puramente estetiche si piantano negli occhi dello spettatore in una quarantina di minuti fumosi e inquinati, che poco o nulla raccontano della storia di Kyoto, la giovane protagonista, con l' espediente (denaturato) delle condensazioni oniriche. Ancora una volta il tema del doppio e dell' alterità, ancora bizzarre depravazioni e un finale sospeso tra il mondo dei freaks e quello delle fiabe. Che pensare?
E' fatto di purissimo nulla, ma è sempre un film di Miike. (Uno che gli occhi sa farli godere)
Michela
 
Citazioni memorabili: 
 
-You are rich, but I'm free- (Zia Mei, in Dumplings)

4 commenti:

Amos Gitai ha detto...

Augurandoti un buon Natale e un felice anno nuovo, invito te e i tuoi visitatori a votare i migliori film e attori del 2011. Come blogger di cinema, ti ricordo di votare anche nella sezione apposita.

I MIGLIORI FILM DEL 2011

Squilibrato ha detto...

Buon Natale!!

Simona ha detto...

Miku!!!!
Ti mando un gelido bacio dalla freddissima Puglia.
Teso mi spiace essere partita in modo così frettoloso..
ci vediamo presto, con l'amore di sempre.
Mi manchi.
Ciauu

Simona ha detto...

SOS Blog
Michela scrivi qualcosa plz!!
Ti prego.
La tua Socia di Cuore