venerdì 4 gennaio 2008

Il folklore oggi


“Dì all’uomo bianco che non gli faremo alcun male.
Digli che torni a casa sua e ci lasci soli”
(Il crollo Chinua Achebe).

“Gli uomini di questo universo non vivevano un’età dell’oro
… essi vivevano l’età del pane. Erano cioè consumatori
di beni estremamente necessari. Ed era, questo, forse, che
rendeva estremamente necessaria la loro povera e precaria vita.
Mentre è chiaro che i beni superflui rendono superflua la vita.”
(P. P. Pasolini).

Mai come in questi ultimi anni è stata così diffusa nel nostro paese la volontà di “animare”. Qualsiasi attività di promozione culturale, qualsiasi iniziativa politico-culturale vengono quasi sempre presentate come attività di animazione. Le innumerevoli esperienze di animazione costituiscono un coro unanime che si rivolge alla cultura folklorica o cultura locale. A livello di dichiarazione tutti dicono di voler far conoscere, diffondere, potenziare, recuperare la cultura delle classi subalterne. In nome del folklore si consumano azioni a volte corrette, molto più spesso aberranti e tese a una strumentalizzazione, per il raggiungimento di un profitto attuatesi su piani diversi: da quello più strettamente economico (vedi sovvenzioni, rapporti con enti locali, e così via) a quello, non meno concreto, del potere e prestigio. Tranne qualche rara eccezione, tali esperienze si pongono, nel migliore dei casi, sul piano della carità culturale; nel peggiore, sul piano della rapina e dell’etnocidio, più o meno mascherato. Il folklore è il paravento per operazioni sostanzialmente commerciali. In questo articolo voglio porre una domanda: esiste una chiara consapevolezza di cosa sia il folklore? Ed a quale folklore, poi, ci si riferisce? A quello propinato, con gusto peraltro assai discutibile, dai vari enti provinciali per il turismo o aziende autonome, che caricano di pittoresco delle tradizioni popolari locali per attirare i turisti? O a quello che viene presentato come esotico, inserendolo così nel mondo borghese come valvole di sfogo per la routine di tutti i giorni? O viene sollecitato quel atteggiamento tipico dell’intellettuale borghese (individuato da Gramsci) che si volge al popolo, chinandosi verso di esso, ad ascoltarne, divertito ed indulgente, le voci più suggestive? A mio avviso la definizione più corretta è stata data dall’antropologo Luigi M. Lombardi Satriani: “il folklore si presenta come una subcultura prodotta dalle classi subalterne delle società divise in classi”. In senso generale il folklore è la testimonianza di un rifiuto culturale, di una risposta negativa, della resistenza delle classi subalterne al processo di acculturazione tentato nei loro confronti dalle classi dominanti, che questo, poi, avvenga ugualmente non rientra nel potere delle classi subalterne. Nella prospettiva di un dibattito di idee all’interno di questo blog, trovo interessante la proposta di Satriani nel dividere il folklore in diversi livelli contestativi.
1. Contestazione immediata con ribellione allo status quo. In molti canti popolari l’invito emergente è quello della ribellione nei confronti delle ingiustizie. Tale elemento di contrapposizione si ritrova in altri documenti, soprattutto nei proverbi. Da un lato vi sono i ricchi, a loro tutto è lecito col denaro e col potere, dall’altro lato sono i poveri: a loro ogni cosa va male, sono sempre loro a fare le spese di qualsiasi mutamento, sono vittime predestinate.
2. Contestazione immediata con accettazione dello status quo. In molti documenti la responsabilità della divisione in ricchi ed in poveri è fatta risalire a Dio, con la inevitabile conseguenza di far considerare ineliminabile tale divisione.
3. Contestazione implicita (o per posizione). Il terzo livello comprende quei documenti che di contrappongono soltanto con la loro presenza a quella della cultura egemone. Nella diversità stessa dei fatti è presente una forza di irriducibile contestazione. Alcuni riti magici oppure il lamento funebre nell’area del mediterraneo sono solo alcuni esempi.
4. Accettazione della cultura egemone. Un esempio è dato da oggetti e da mode che per un breve periodo di tempo riguardavano solo le classi dominanti e solo in seguito, per tempi molto più lunghi, la cultura del profitto propone/impone tali modelli alle classi subalterne: abiti, beatnik, prodotti tecnologici, giocattoli, feticci, ecc. Un altro tema, ancora, è quello del destino, per cui l’esistenza di ogni uomo si svolge secondo quanto stabilito dal destino.
A questo punto mi pongo una serie di quesiti. In un’epoca di omologazione e di appiattimento dei modelli culturali, ha senso occuparsi della cultura folklorica? I materiali folklorici non sono forse degli inutili relitti archeologici di un’umanità che culturalmente era altra e diversa da quella attuale? O, forse, tale ricerca determina inconsciamente “la messa in discussione del sistema nel quale si è nati e cresciuti, ed è simbolo di espiazione e riscatto?”. (E. De Martino La terra del rimorso –C. Lévi Strass Tristi tropici).
Kurtz

19 commenti:

Donna Cecena ha detto...

Interessante problemi che sollevi, Kurtz, che meriterebbero ognuno di essi un post a parte, magari in un luogo più consono. La questione del folklore merita maggior attenzione ora che gli studi dell' antropologia made in italy sembrano passati di moda (Gramsci - in parte- , Carlo Levi, Bronzini, de Martino, la scuola di Roma, ma anche gli storici delle religioni come il novantenne Lanternari). Non abbiamo neinte da invidiare a Levi-Strauss e a Clifford Geertz: riscoprirli ora sarebbe capire che questa "sacca di resistenza" della cultura popolare che tu insieme a Lombardi Satriani definisci il folklore segue le stesse dinamiche delle resistenze culturali alla globalizazzione, fenomeno ora ampiamente studiato a livello internazionale. Quel che rimane ora di tale folklore è, come dici tu, un fossile, il carapace di qualcosa che in passato aveva un anima, ed un cuore che pulsava. Ora è solo esotismo, che non rappresenta solo una valvola di sfogo per noi homo borghese, per il nuovo homo universale, ma rappresenta uno spettacolino teatrale dove noi cerchiamo e fabbrichiamo idealmente e operativamente ciò che è di moda,o ciò che vorremmo trovare, e cioè l'antico, il nuovo e il "diverso". Per provare a rispondere alle tue domande finali, vorrei dire che occuparsi del folklore - naturalmente senza idealizzarlo - significa studiare le dinamiche in cui civiltà e culture (e nessuno si spaventi se utilizzo un termine non più di moda, "classi". Se preferisci, utilizzerei un concetto che oggi viene usato in ambiente anglosassone in sostituzione del così vituperato "classe", e cioè "gruppi di interesse") interagiscono, si imitano, si ibridano e si combattono fra loro. Seguo molto l'argomento che hai sollevato. Per lavoro attualmente mi occupo in parte delle resistenze culturali veicolate dalle parole "religione" e "sacro", dove, più o meno, valgono le stesse regole del folklore. Per farti un esempio, il buddismo nasce in India anche e soprattutto come resistenza culturale alla cultura dominante dei brahamini, la cultura egemone. Ad una attenta analisi, i valori del buddismo sono l'esatta inversione dell'ottimismo terreno propagandato dai Veda. Gli esempi sarebbero tanti, e parafrasando il buon Lanternani, posso dire che ogni cultura, quando non è egemonica, tende a rapportarsi con quella dominante secondo un metro di totale negazione dei suoi valori, dal momento in cui non riesce a farli propri. E' quello che avviene nel cristianesimo primitivo, è ciò che avviene nell'apocalittica in generale, dove il mondo ed i suoi valori sono negati. In questa "inversione", o come direbbe Nietzsche, trasmutazione dei valori, viene combattuta la cultura egemone. Ma si potrebbe fare lo stesso discorso nello studio del pauperismo nel medioevo, dove alla nascente classe imprenditoriale dei comuni, alla prima borghesia, si contrapponeva la cultura dei sans papiers, fra cui lo stesso Francesco d'Assisi e le "sette" dei penitenti. Saluti

Donna Cecena
www.action30.it/blog

Anonimo ha detto...

Cara donna cecena ti ringrazio per le tue considerazioni, e mi congratulo per tuoi interessi culturali che mi sembra siano molto simili ai miei. Ciao.
Kurtz

Anonimo ha detto...

Tra le pareti domestiche il dibattito continua..
la piggia fitta batte il terreno assetato,ma tra le mura un gran cammino illumina la stanza e "L'Inverno" di De Andrè ci culla nelle ore pomeridiane scarsamente libere..
partendo da un ragno che intesse la sua ragnetala: il folklore irrompe e fluisce morbido, anche il cemento sembra interessarsi,la pizzica la tarantella,il salento di De martino, la terra del morso e del rimorso,tutto il sud del mondo! E così discorrendo laddove il ballo è studio antrpologico è catarsi purificazione fatta in comunione..
I tarantolati uomini antichi "rimorsi"!Noi il vuoto!
Fino a Platone e a Freud, la magna Grecia e l'altalena dell'adolescenza, la ninna dei bambini!
"fortunato colui che con ala vigorosa riesce a volare sulla nebbiosa vita, lasciando che lo spirito voli in alto"..
Ricordi!
Grazie Kurtz!
Ritrovarti è sempre unico..
Simona

TalvoltaCinico ha detto...

"fortunato colui che con ala vigorosa riesce a volare sulla nebbiosa vita, lasciando che lo spirito voli in alto"...
E' proprio una citazione intrisa di significati più che veritieri...
Però è tanto strano, no? E' strano che forgiando un'"ala vigorosa"- sulla quale dirigere e perpetuare i nostri infiniti voli oltre le aspre e pungenti cime, ricoperte di un fitto e pesante manto nebbioso ; oltre immense distese di acqua putrida ed intorbidita, contaminata dalla disumanità- poi si resti quasi e "folkloristicamente" soli! Soli, a creare varchi in quella densa nebbia d'inettitudine generalizzata, di compromessi tesi a corrompere, di stupidità immonda, di completo appiattimento. Soli, a cercare come folli di smussare quelle cime che sovrastiamo nel nostro volo con la sola forza delle ormai levigate mani. Soli, ad arginare quegli oceani, mari, fiumi, laghi, per poter setacciare le loro acque dalla contaminazione della beffarda disumanità.
Soli, folli e solidali, amanti ed odiati, spietati agli occhi e generosi nell'intento, ci stringiamo in volo sostenendoci, insieme, sulle nostre ali...
Vi abbraccio!

Anonimo ha detto...

Un tempo Donna Cecena oscillava tra Persio e Giovenale...Ora si diletta felice tra Tibullo e Catullo...Non male, direi.
Certo Kurtz è secco e perentorio nel farsi apprezzare; puntuale, veloce e chiarissimo. Qui, qui davvero siamo tutti d'accordo.

Anonimo ha detto...

"...Può con ala vigorosa slanciarsi verso i campi luminosi e sereni; colui i cui pensieri, come allodole, saettano liberamente verso il cielo del mattino; colui che vola sulla vita e comprende agevolmente il linguaggio dei fiori e delle cose mute."
Attilio Bertolucci è -indubiamente è- il miglior traduttore delle Fleurs.
E si sente, eccome.

talvoltacinico ha detto...

Bertolucci, un grande PARAFRASATORE dei Fleurs du Mal...la mia, una semplice rilettura!

Anonimo ha detto...

Caro TALVOLTACINICO non voleva essere una nota polemica la versione di Bertolucci...E' solo che Baudelaire deve restare immenso. Un traduttore deve capire che non può riversificare Le Fleurs...Senza deturparne ritmo, precisione millimetrica e infinito sentire. I Giganti sono fatti per sfiorare l'azzurro.
Gli altri devono solo limitarsi a sapere che quella è poesia, e guardare, in silenzio, con religioso rispetto.
Ma sei Filippo?
Buone cose e a presto.

talvoltacinico ha detto...

Ma che Filippo!Ma che riversificare?!Non mi permetteri mai!Chi sarei per volerlo fare?Il mio voleva solo essere un modo di riattualizzare, rileggendolo, il passo di questa poesia e dare il mio personale contributo a questo blog!Nessuna polemica, dunque...solo precisazioni!
Baudelaire, siamo d'accordo,resta immenso;ma la sua poesia (per l'appunto eterna)non va conservata come una mnemonica e sterile storiella da contemplare senza attribuirne un senso, una direzione, per quel che mi riguarda!Contemplare per distaccarsi da ciò che ci circonda, solo per un effimero momento, è sì cosa giusta;ma rendere quel momento una ragione di vita, sublimandolo in un modo di reagire alla realtà, non lo trovo affatto erroneo!
Con impavido affetto...

talvoltacinico ha detto...

Altra piccola considerazione:
come l'eterno scambio dialettico tra il BRACCIO (la forza materiale, la fatica, il mezzo per affrontare qualsiasi attività quotidiana,l'istinto,l'espressività) e la MENTE (la profondità più recondita di noi stessi, la forza dell'animo, la centrale del sentimento, la parte più fragile di ogni uomo perchè la più esposta al rapportarsi all'altro, il pesante fardello delle nostre verità), ritrovo ora in questo blog l'irrisolvibile rapporto figurato tra gli OCCHI ed il SORRISO...
Inconfondibili per la vostra unicità e complementarietà!E nn vuole essere un'esaltazione, ma una constatazione!
Per dirla con le parole di Simona: "Ragà siete sublimi!"

Anonimo ha detto...

PER TALVOLTACINICO:
Guarda che quando parlavo di riversificare Baudelaire alludevo ai traduttori da due monete che presumono di poter rimare in Les Fleurs in italiano...Un vero scempio, un suono tintillante che diventa mucoso e datato in italiano. Per questo ti ho suggerito Bertolucci.
Ammetterai che il passaggio che segue è un pochino in penombra per lucidità e intenti, "Contemplazione" è una parola che non devo soffrire molto, in ogni caso, è di sicuro il momento che precede l'azione. E il movimento è chiuso.
Diciamo che ti sei ripreso sul finale...:)
Michela
P.S.
Saluti da Simona, a te, che devi essere in quel di Bari

talvoltacinico ha detto...

Vabbè, "ripreso sul finale" per una citazione spicciola...poco edificante e per me e per te, mia cara Michela!
Mi sa proprio, e lo deduco dalle tue parole, che non sono stato chiaro!
Spero che qualke altro lettore possa cogliere ciò ke volevo mettere in risalto nel mio contributo dalla bassezza del mio basso...
Opinioni discordanti, ma "il cielo è sempre più blu"...
Con affetto.

Anonimo ha detto...

Umiltà recitata, solo recitata.
Comunque alludevo a un passaggio diverso, nessuna citazione evidentemente sottolineata.
Così ti piace Rino Gaetano...Non male, direi.
Ti saluto, magari sono solo miope.
Grazie dell'affetto, questo resta chiaro.
Michela (Perchè si firma sempre ciò che si scrive)

Anonimo ha detto...

P.S.
"Chi è cosa? E Chi è chi?"

talvoltacinico ha detto...

In questo "tira e molla" verbale, rileggendo il tutto, mi accorgo che sono nati parecchi equivoci...
La prossima volta non capiterà, promesso!Almeno...ci metterò del mio per non perseverare nell'errore!
Rinnovo gli affettuosi e sinceri saluti.

Anonimo ha detto...

un saluto a talvoltacinico,rimando ogni considerazione ad altri momenti ora sono molto impegnata con lo studio.
un bacio
simona

Anonimo ha detto...

N.b. considerazioni affettuose naturalmente!
questo periodo dell'anno è quello dello sforzo supremo sui libbri,ci tocca non possiamo sottrarci alle scelte fatte..ma così "passerà anche questo inverno e il vento caldo di un altra esatate sfiorerà i nostri cuori"...a pensarla come De andrè
Sim

talvoltacinico ha detto...

Simona, ricambio i miei saluti...
Moi, je t'embrasse.

talvoltacinico ha detto...

[pardon] con i miei saluti...