venerdì 25 dicembre 2009

IL RAGGIO VERDE - Eric Romher (1986)


La felicità non è un dovere sociale. O forse sì?
Non so cosa mi abbia spinto ad acquistare questo piccolo film di Rohmer, a discapito di un nuovo "volume" del mio (adorato) Ingmar Bergman. Sarà per via di questa inspiegabile predilezione per i Cahiers du Cinèma o forse perché mi scocciava l' idea di non aver mai dato un' occhiata ai lavori di questo regista notoriamente ordinato come una lumaca, ma proprio non potevo fare a meno di lasciarmi incuriosire da un titolo così evocativo. Un'antica leggenda narra che in estate c'è un momento, al tramonto, in cui il sole declina all'orizzonte, lanciandoci incontro un ultimo raggio, che è di un favoloso color verde. Ebbene, pare che chi ha la fortuna di vederlo riesca a leggere chiaramente nel proprio cuore e in quello degli altri.
Un film francese che si rispetti deve avere un certo grado di monocromia, mettetevelo in testa; deve sempre evocare un'estetica ben precisa, una trama in filigrana, esile come una modella, in modo che non succeda quasi nulla.  Chiaramente un film di Godard non necessariamente avrà queste caratteristiche, ma in genere c'è comunque quest' aria asincopata, questo tonfo della parola, che ci assilla sempre con un timbro tanto charmant, inguaribilmente snob, e con una pronuncia pruriginosa addirittura strabiliante. Ora, detto questo, Rohmer è veramente un regista raffinatissimo. Certo nel suo film non ci sono acuti slanci e  formidabili piroette da antica mise en scène, ma dappertutto vi divora una percezione di vero, una immersione nella città che non è mai dominata dalla potenza della cinepresa, lo spettatore è davvero a un passo dalla Senna, che non è più quell'elemento decorativo da parabola d'amore, ma uno strabiliante bagliore acquatico, carico di tutti i suoi anni, della sue antiche chiatte, e di una calma, freddissima indifferenza. Rohmer preferiva girare con uno staff minuto,  e questo si vede lontano un miglio. Ho letto che Il raggio verde è l'unico lavoro per cui si sia servito di una colonna sonora, ideata in parte da lui (in una maniera totalmente assurda), peculiarità a cui si aggiungeva il fatto che la sceneggiatura  fosse solo un canovaccio: gli attori improvvisarono a mestiere,  nessuna scena  fu riedificata ad arte, a parte qualche intervento sul colore rosso (complementare del verde), che in genere veste la protagonista della pellicola. Lei, dunque, Delphine. Questa mora dai capelli leonini non ha davvero niente di particolarmente attraente, a parte -forse- la figura sottile, che le viene da una strana idea del cibo. Ma facciamo un passo indietro: è estate, Delphine è sola, non ha un uomo, parla significativamente del suo ultimo amore, che ormai non vede da due anni. Le sue amiche sono meno banali, più procaci di lei, parlano continuamente dell'assenza di un uomo nella vita di Delphine, pretendono che lei trovi attraente praticamente chiunque, perchè -insomma!- quello che conta è che lei abbia una felicità sociale, prima che sentimentale. L' intimismo vada pure a infiorettare qualche bel romanzo, qui -nel cuore della classe media- conta solo la scritta sullo stato sociale: nubile. E va a finire che questa tizia "diversa" ci diventa davvero: non mangia come gli altri, trova delle carte in giro per le strade e le raccoglie, ma son sempre invariabilmente segni "neri", è irrimediabilmente sola, anche al mare: c'è una spiaggia, decine di persone che nuotano al sole, lei che cammina contro le onde, come gli altri, ma come una linea appena in ombra rispetto alle nuvole, qualche passo più indietro, dove può persino sentire il rumore di una battito di denti. Ci sono anche delle giovani donne intorno a lei: una ragazza del nord Europa, per esempio, che va in giro col sorriso e il seno scoperti, e si lascia docilmente abbordare da due polli mitteleuropei, che indossano pantaloni quantomeno discutibili, ecco: è così diversa da Delphine...
Intendiamoci, lei non è una sorta di eroina ieratica e carica di morale: le è inadeguata, solo questo.
Il film finisce in un pomeriggio di mezza estate: si ritorna a Parigi, ma non prima di lanciare un' occhiata all'ultimo tramonto e leggere profondamente -per la prima volta- nel proprio cuore, perchè il sole, che ci trova così oscuri, ha lasciato sul mare un ultimo, impercettibile raggio verde.
La felicità non è un dovere sociale. Piaccia o no.

Michela

5 commenti:

domus ha detto...

Un raggio di sole porta la felicità, intimamente connessa con la libertà.Complimenti per lo stile. domus

Monsieur Hulot ha detto...

Di Rohmer, ahimè, ho visto solo "la mia notte con Maud", ma devo assolutamente recuperare. Questo sembra una vera chicchina. A risentirci...

Monsieur Hulot ha detto...

Detto, fatto :)
Ne ho sproloquiato un po' sul mio blog.
Grazie del consiglio, film così sono sempre i benvenuti.
P.S. : sulla stessa falsa riga - incomunicabilità, insoddisfazione, ricerca della felicità,serenità,pace - anche se su piani e schemi diversi, ti consiglio( se non l'hai già fatto) "Vivra sa vie" di quel genio chiamato Godard.

Ivan Fedorovic ha detto...

e oggi è morto...di certo non una vita vana...

Anonimo ha detto...

"piccolo film?" I leoni d'oro li regalano?