venerdì 24 settembre 2010

L'ESTATE DI KIKUJIRO, Takeshi Kitano (Note di Simona)

Trovare che una cosa sia dolce non vuol dire necessariamente che essa lo sia. Amare la dolcezza non implica che si amino tutte le cose dolci. Fare un film sulla dolcezza non presuppone che il film lo sia. Rendere una storia dura dolcissima invece è davvero dolce!
L’incontro con i colori di Kitano, con la sua raffinatezza, è stato tra le note più belle di questa meravigliosa estate che giunge a termine. Si parte da un angolo di una periferia di una grande città con un bambino che con il suo mezzo metro di gamba deve percorrere un ventaglio di Km lunghissimi per trovare la mamma.
Questo potrebbe già bastare per la mia definizione di dolce. Invece su una storia di un bimbo alla ricerca della sua mamma che lo ha abbandonato per vivere una maternità più agiata, si infrangono, miscelandosi un rombo di colori caldi.
Non è stato difficile prendere confidenza con squarci luminosissimi e paesaggi fiabeschi, con una luna lanciata nel cielo blu come una pallina sospinta dal soffio di un bambino, nè con un regista che per tutta la durata del film interpreta la strana figura di un improvvisato compagno di viaggio: fidato per la sua adulta età, rassicurante per la stazza fisica, ma terribilmente ingenuo, come un bambino, e tanto goffo.
Kikujiro lo segue con il suo silenzio, non importa se lungo il viaggio il suo compagno ha scommesso tutti i soldi che avevano sui cavalli, non è importante mai nemmeno di preciso il luogo dove si trovano nè la distanza ancora da percorrere ne i mezzi. In questo viaggio iniziato con un estraneo e un bimbo l’uno conosce l’altro. L’altro si rivede nell’uno, l’uno ha fiducia nell’altro, in un gioco di colori fino a riconoscersi l’uno nell’altro. Certo che percorrere tanti km a piedi, con una gamba così corta e con un po’ di anni sulla schiena, non è facile soprattutto se tutti sono così diffidenti da non dare un passaggio a questa strana coppia, neanche quando il più saggio dei due si finge cieco e stanco o quando escogita insolite trappole per tentare invano di far fermare dei passanti. Nulla da fare se non chiedere alla persona giusta con la giusta gentilezza, come per esempio ad un poeta scanzonato senza meta con il suo camper coloratissimo. In questo film la fine non arriva alla fine e l’incontro con la mamma Kikujiro non dovrà attenderlo a lungo, peccato però che sconvolgerà tutti con un momento di inconfondibile verità. Non è l’incontro mancato con la mamma a trascinare la storia che percorre piste diverse, involandosi su un verdissimo campo di granturco, dove tra i fusti robusti e altissimi si incontra un gruppetto variopinto di sconosciuti da storie ignote. L’ordine è far ridere Kikujiro! Così una testa diventa anguria con due strisce di vernice verde, un sentiero nel bosco la pista per una gara, un uomo magro e pelato un polipo e l’altro paffuto un pesce palla. Delle pentole vecchie tamburi, foglie gialle appassite abiti tribali che incorniciano storie improvvisate di schiavi e sovrani, troppo sorridenti per sembrare veri. Ognuno mette alla prova il bambino che è stato e quello che rimane di esso, mentre nascono amicizie vere e dolci proprio come tra i bimbi. Kikujiro ride e il suo compagno fedele che lo protegge inventa sempre storie nuove. Non si distinguono più i personaggi dalla realtà, gli adulti dai fanciulli. L’esplosione di immagini bellissime in sequenza, di colori intensi sovrapposti, scanditi da una musica armoniosa, sono stati uno schizzo di gioia arrivata sul corpo, che ha lasciato la luminosità dei sorrisi e la dolcezza degli sguardi nel cuore.
In questa estate che diventa magica per tutti, Kikujiro non è però l’unico a cercare la mamma, c’è un'altra mamma che si scorge in lontananza e un altro bimbo che si è fatto uomo senza gli abbracci della sua mamma. Ecco cosa rendeva così intimo quel viaggio così unica quella estate.
L’estate di kikujro: una combinazione di numeri vincenti, l’incontro con lo sguardo materno non trattenuto, una fermata di autobus abbandonata, un angioletto rubato, un uomo goffo che cerca di imparare a nuotare, orizzonti sorridenti, incontri storditi dall’immaginazione, un viaggio nel viaggio, una mano nell’altra, un incontro estivo indimenticabile e dolcissimo, esattamente come il mio.

5 commenti:

almacattleya ha detto...

Sì piace anche a me la tua recensione. Non so, ma finora i giapponesi mi hanno confermato il tatto che hanno, una sensazione di più ampiezza di visibilità.
Qualche mese fa ho visto un film giapponese Vermilion Souls (puoi trovarlo nel mio blog se vuoi) di Masaki Iwana, un danzatore butoh.
Il tema era duro da digerire (si parlava di morte, della sua attesa), ma c'è stato quello che io chiamo "respiro", un ampio "respiro".

Cotone ha detto...
Questo commento è stato eliminato dall'autore.
Cotone ha detto...

sono felice che le mie note vi siano piaciute.
seguirò il consiglio del film.
grazie mille.
simona

Anonimo ha detto...
Questo commento è stato eliminato da un amministratore del blog.
Eve ha detto...

fate pena