martedì 11 gennaio 2011

VALZER CON BASHIR, Ari Folman, 2008 (Suggestioni di Michela)

(L'ultima occasione di rendersi liberi)
Metti insieme un non so che di malsano:
Al posto del cielo un prurito visivo, la pittura tiepida, escrementizia, di un fumettistico orinatoio. Tutt'intorno la malinconia più grottesca, l'inevitabilmente perso, l'ottuso, la strada, i titoli di testa, il temporale. La luminescenza anomala di una città appassita che ti investe soltanto per approssimazioni, estorsioni, allucinazioni. E ovunque è un colore bluastro, coraggioso, agitato da lontananze irrimediabili e da un' inevitabile congestione emotiva.  A scaldarti c'è a malapena il calore guasto dell'urina. E' l'accordo coloristico con cui si rende -in genere- la mancanza di salute. Qui c'è assenza di mani, assenza di uomini, c' è assenza e basta. E' il  primo fotogramma e hai già sotto gli occhi  il (sontuoso) gusto estetico dell'art director David Polonski. Vuoi tutto e subito, così, in un secondo ti urta l'orecchio la cattivissima melodia di Boaz and the dogs, titolo apripista  della (sontuosissima) original soundtrack di Max Richter. La corsa  rabbiosa di 26 cani furibondi, in cerca di qualcuno da divorare, è pura dimensione onirica del ricordo, è  indagine insinuante, lubrica e nerissima insieme, che Ari Folman conduce nel suo stesso sistema nervoso. Lo dico senza girarci troppo intorno: Valzer con Bashir è un film bellissimo (e lo è dal primo fotogramma). Stavolta non è Giuda a scrivere la biografia. Folman, ex soldato israeliano, deve aver vissuto per anni con le vertigini, a giudicare dal tempo, dalla fatica e dall'estrema identificazione con cui ha girato il suo film (e "suo" qui è possessivo in senso assoluto). Viaggio nella vertigine, appunto, attraverso la rimozione, l'ortodossia del dimenticare, fino alle forme fiacche, bidimensionali dei primi ricordi. Le immagini riaffiorano dall'acqua fino a raggiungere la superficie del presente, che si nutre sempre di terra. E' per questo che dal mare giallo e nero emergono per primi i piedi. C'è bisogno di qualcosa di più stabile per uscire dal liquido che bagna Beirut, così -a mollo nella corteccia della memoria- il taglio estetico della rappresentazione muta docilmente: le immagini diventano solide, vagamente tridimensionali o -perlomeno- trasfigurano in una specie di profondità di campo.
Ed è il Libano, la Guerra civile, il cuore nell'esofago al suono di un grilletto, è la voce di Carmi Cna'an, che ti racconta di una specie di dea del mare, del suo corpo di Gigantessa nuda, del suo sonno in questo enorme grembo, di una notte solitaria, tremenda e incomunicabile come la paura. Ho trovato interessantissimo il fatto che i singoli episodi del film godano -o soffrano- di una indiscutibile autarchia rappresentativa. Sono quasi tutti dei piccoli gioielli, singoli elementi di uno stesso codice, esaltati da melodie intimissime (del solito Richter), da hit psichedeliche anni '80 o da impronunciabili delizie di Johann Sebastian Bach. Penso al racconto di  Shmuel Frenkel, al bambino tra gli uliveti, oppure a quello del mattatoio dei cavalli e mi convinco agevolmente dell'esattezza di una simile osservazione. La sublimazione di questa scelta narrativa mi sembra stia tutta in una scena minuscola -poco più di cinquanta secondi!- dedicata al racconto dei militari russi, che scendono dal treno, danno un bacio alle loro mogli e risalgono nei vagoni d'acciaio per tornare al fronte. Feroce, violento,  categoricamente bello. Eppure, in questo documentario (girato come la striscia di un fumetto) è il racconto personale di  Folman a tormentarci da vicino: il regista non fa che ritornare a Beirut, ma gli occhi hanno ancora i filtri impolverati della memoria. Finalmente un vago ricordo di polvere, donne, insetti e vicoli rivelatori. Se i campi di Sabra e Shatila non vi dicono niente, andate a cercare qualcosa. Folman, in un movimento cattivissimo e improvviso, è riuscito a schiantarli nei miei occhi (e di tutti quelli che hanno visto il film). 
Fermatevi a guardare i titoli di testa, una versione commovente di The Haunted ocean renderà indimenticabili le ultime immagini. 
..Ho pensato a noi, al nostro mondo iper-estetico, iper-materialista..

5 commenti:

almacattleya ha detto...

L'ho visto questo film e mi ha fatto stare male dopo. E' così incisivo che ti entra nel corpo e adesso ha acquisito quasi una sostanza onirica, quasi un ricordo lontano.
Il tema della memoria è qualcosa che ci appartiene e mi ricordo molto bene ciò che veniva detto all'inizio: inserire delle foto di ricordi non propri e farteli passare per tuoi te li può inserire nella memoria.
Gli ultimi minuti poi sono stati più intensi proprio perché il resto del film era disegnato ed era una grafica così particolare, non idealizzata, che non badava a fronzoli, perfetta per il film.
Questo film lo consiglio a tutti.

Alfonso Sadutto ha detto...

... e mi piace sì...
Alfonso

Alfonso Sadutto ha detto...
Questo commento è stato eliminato dall'autore.
Eve ha detto...

P.S.
Hai pensato al nostro mondo "iper-estetico"...proprio tu?

Anonimo ha detto...

A me invece piace moltissimo il nuovo blog!
E poi va rispettato il Nuovo (anno, vita, amore etc.).
Post bellissimo, come al solito, secondo me non è vero che ti concentri solo sull'estetica delle parole, ma passiamoci sopra, Eve è sempre eve...
Solo questo non mi piace: Che fine hanno fatto le foto Michy???
Ho bisogno di vederti, almeno attraverso l'otturatore di una fotocamera.
See you!
L. (sto diventanto monotono)